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Mediobanca al lavoro sul nuovo piano. Le tre aree di crescita

In Mediobanca si apre il «cantiere» del nuovo piano industriale. Quello attuale si conclude il 30 giugno e l’amministratore delegato Alberto Nagel ha detto, presentando la semestrale nei giorni scorsi, che l’appuntamento potrebbe essere collocato in ottobre-novembre. Con ogni probabilità sarà un business plan in coerenza con le linee guida finora perseguite: Piazzetta Cuccia ha compiuto soprattutto negli ultimi due anni in uno scenario peraltro di tassi a zero o negativi) un riposizionamento che ha creato nuovi equilibri fra i business bancari e ha archiviato il ruolo di holding di partecipazioni.
Nuovi rapporti
Il frutto più evidente di questi nuovi equilibri tra le aree retail-consumer, corporate investment banking e partecipazioni (cioè il 13,2% detenuto in Generali), che oggi contribuiscono ciascuna al risultato operativo per circa un terzo, è la stabilità di ricavi e risultati. In sintesi la definizione della nuova «missione» del gruppo che ha tolto volatilità ai conti è stata raggiunta riducendo in modo massiccio le partecipazioni, aumentando l’apporto del retail, investendo in attività bancaria a basso assorbimento di capitale e nell’asset management, diversificando geograficamente il core business di banca d’affari.
La svolta è evidente se si guarda alla Mediobanca di una decina di anni fa, che si presentava ancora con la doppia anima di banca d’affari e holding al centro di un network di partecipazioni spesso reciproche e vincolate in patti che costituivano una eredità dell’era di Enrico Cuccia. Un portafoglio equity imponente che portava con sè appunto anche volatilità nei bilanci, come è stato evidente negli anni delle grandi svalutazioni (1,5 miliardi complessivi fra il 2009 e il 2012). Ebbene fra il 2005 e il 2010 Piazzetta Cuccia ha venduto equity per circa 3 miliardi: Fiat, Ciment Francais, Commerzbank, Fonsai, Mediolanum, Pininfarina, Ferrari e Finmeccanica. Le cessioni sono riprese con il piano avviato nel 2013 e sono state realizzate per 1,4 miliardi: Gemina, Sintonia, Pirelli, Rcs (quota dimezzata), i cashes di Unicredit, Telco, Edipower, Santé, Saks. All’appello manca il 3% di Generali che, vendita non obbligata dalla normativa, resta in programma con flessibilità nella tempistica. In portafoglio restano, oltre al Leone il 2,7% di Atlantia, il 9,5% di Italmobiliare e il 6,2% di Rcs MediaGroup.
La Mediobanca di dieci anni fa, a fine giugno 2005, chiudeva il bilancio con 1,16 miliardi di ricavi e 708 milioni di risultato operativo. Il 45% dei ricavi era realizzato dall’area «core» di banca d’affari (corporate investment banking), che contribuiva per oltre il 40% al reddito operativo; 286 erano di pertinenza dell’area retail, cioè Compass, la società di credito al consumo costituita oltre 50 anni fa, che partecipava per il 12%; 310 milioni provenivano dalle partecipazioni comprese Generali, quindi dalla quota parte di utile del gruppo triestino, pari al 27% del fatturato e al 43% del risultato operativo.
Ieri & Oggi
Dieci anni dopo, al 30 giugno 2015, la ripartizione dei ricavi, saliti a 2,04 miliardi e del reddito operativo (666 milioni), è ben diversa. La banca d’affari con 776 milioni (l’aumento è del 51%) rappresenta il 38% del fatturato e il 47% del reddito operativo; l’area retail è triplicata a oltre 1 miliardo di ricavi, e raddoppiata al 23% come contributo al reddito operativo; le partecipazioni (praticamente Generali) rappresentano il 12% dei ricavi e il 36% del risultato industriale. Infine al primo semestre dell’esercizio 2015-2016 il retail costituisce oltre il 50% dei ricavi e le tre attività partecipano per un terzo ciascuna al reddito operativo.
Nel 2005 in termini di prodotto i ricavi di Mediobanca erano costituiti per il 41% dal margine d’interesse, per il 21% da commissioni, per il 13% da trading e tesoreria e per il 24% dal contributo di Generali. Nel 2015 il margine d’interesse, che fa riferimento ai crediti a famiglie e imprese, è salito al 56% e per il 73% è realizzato dall’area retail; le commissioni (che provengono dall’attività di banca d’affari, dal private banking e dall’asset management) sono salite al 24%, per il 63% realizzate dal corporate investment banking; la tesoreria e il contributo di Generali rappresentano ciascuno il 10-12%.
È cambiato dunque molto in termini di diversificazione fra corporate e retail e di composizione dei ricavi. Cos’è successo in questi dieci anni, oltre alla vendita delle partecipazioni? L’incidenza del retail-consumer è raddoppiata grazie alla crescita di Compass, all’acquisizione nel credito al consumo di Linea e al lancio di Chebanca! Fondamentale per la crescita dei ricavi di banca d’affari è stato lo sviluppo all’estero con l’apertura di uffici a Parigi, New York, Madrid, Francoforte, Londra e Istanbul: oggi la quota internazionale (pari a zero 10 anni fa) ha superato il 40% del fatturato dell’area. Sviluppo compiuto senza aumenti di capitale e distribuendo in totale 2,6 miliardi di dividendi.
Campagna acquisti
Non sono ancora «visibili» nei conti i contributi dei due recenti acquisti: Barclays Italia e Cairn, società londinese di asset management specializzata in fondi di credito. Si può ipotizzare che, fra margine d’interesse e commissioni, i ricavi aggiuntivi da queste new entry potranno aggirarsi sui 100 milioni e che le masse gestite superino i 40 miliardi, con i 14 «targati» Cairn e i 3 ex Barclays che si aggiungono ai 4 di Chebanca! Masse (raddoppiate) per metà riferibili al private banking, il 17% al retail e il 35% a clientela istituzionale.
Risultati meno volatili, e che hanno retto bene in un contesto di Grande crisi (che ha comportato per tutti rettifiche crescenti sui crediti) come dimostrano gli indici di asset quality: il rapporto fra sofferenze nette e impieghi netti è aumentato dal 2007 dallo 0,3 allo 0,8% contro una media delle banche italiane salita dall’1,1% al 4,6%; le attività deteriorate nette rappresentano il 3,3% degli impieghi mentre in Europa siamo al 3,5% e in Italia all’11,2%; il rapporto fra attività deteriorate nette e Cet1 (il common equity tier 1, pari al 12,4%) ) è al 15% contro il 38% europeo e il 119% nazionale.
È dunque prevedibile che per il nuovo piano le linee guida siano coerenti con l’impostazione che ha portato al riposizionamento di Piazzetta Cuccia: la «svolta» è compiuta. Comincia una nuova fase, sulla linea di una continuità strategica.
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