Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Medicale e lusso star del private equity

Se l’accesso al credito delle imprese è sempre più difficile e costoso, anche l’ingresso di investitori esterni nelle stesse non rappresenta una strada facilmente percorribile. Sono in chiaro-scuro, infatti, i numeri 2012 del private equity e del venture capital italiani: la raccolta registra una crescita consistente (+29,2%) ma è ancora lontana dai picchi del 2010 o del 2007; il valore delle risorse investite diminuisce (-9,8%) anche se cresce il numero degli investimenti; i disinvestimenti si dimezzano (-50,7). Qualche segnale positivo dunque c’è, ma il mercato italiano del capitale di rischio soffre per la difficoltà degli investitori di uscire dagli investimenti, per il blocco del canale della quotazione, e per il conseguente allungamento dell’holding period: se nel 2009 il tempo medio era di 4 anni e 2 mesi, il 2012 ha visto questo periodo allungarsi a 5 anni e 6 mesi. Un fenomeno che non tocca solo l’Italia: in Germania, per esempio, la flessione sui disinvestimenti è stata del 50,5%, quindi piuttosto coerente con il dato italiano.
L’exit
Il mezzo più utilizzato per disinvestire è il trade. «Oggi – spiega Anna Gervasoni, direttore generale Aifi (Associazione italiana private equity e venture capital) –, tra gli operatori industriali c’è sempre meno liquidità, è scontato dunque che diminuiscano i disinvestimenti. Al contrario, se le exit sono numerose, si sviluppa una maggiore propensione al reinvestimento. Sul mercato istituzionale, però, la liquidità non manca. Per sostenere le imprese, che per crescere e svilupparsi hanno bisogno di investitori, è importante dunque che i fondi di private equity raccolgano la liquidità disponibile, in Italia e all’estero. È certo però, che la grande incertezza politica attraversata dal Paese in questo momento, rappresenti un freno all’ingresso di capitali in Italia». Non è un caso, dunque, che sul totale raccolto l’ 89% dei capitali provenga dal mercato nazionale e solo l’11% da quello estero.
Il dato consultivo della raccolta 2012, nonostante la sensibile crescita rispetto all’anno precedente, è ancora molto basso: 947 milioni, di cui circa la metà raccolti da un solo operatore. Su quali settori si concentrano le scelte degli investitori?
Da questo specifico punto di osservazione, il 2012 può essere considerato l’anno del medicale: in questo segmento, infatti, si sono riversate le maggiori risorse – 353 milioni di euro per 28 operazioni di investimento.
I settori
Analizzando gli ultimi sette anni, però, si scopre che il Private Equity e il Ventur Capital hanno distribuito capitali in tutti i settori dell’economia italiana: da quelli più innovativi a quelli più tradizionali. Si scopre così che il 2006 è stato l’anno dei Beni e servizi industriali, dove sono stati investiti 569 milioni di euro in 36 diverse operazioni; che nel 2007 si è investito nel manifatturiero (381 mln), che il 2008 ha distribuito risorse in entrambi i settori del biennio precedente; e che dal 2009 al 2011 le risorse si sono concentrate sull’energia.
L’innovazione
Frutto di una specifica strategia settoriale? «Il mondo del Private Equity – aggiunge Gervasoni – in realtà ha criteri di selezione che prescindono dai settori: nel 2012, per esempio, gli investimenti si sono concentrati per il 40% su imprese che hanno fatto innovazione, sia essa di prodotto o di processo. In generale, insomma, gli investitori cercano imprese che abbiano un piano strategico di sviluppo, che vogliano crescere sui mercati internazionali, che abbiano un buon management».
Requisiti e prospettive che, evidentemente, hanno caratterizzato il settore medicale nel 2012. Leggendo i dati al contrario, dunque, la scelta degli investitori sui singoli segmenti può rivelare quali tipi di attività abbiano accelerato, negli ultimi anni, i loro processi di innovazione. O quali imprese abbiano saputo rinnovare i propri manager, oggi più consapevoli dell’importanza di accogliere investitori esterni. «Gli imprenditori sono molto cambiati – conclude Gervasoni –. Crisi e ricambio generazionale hanno modificato la loro mentalità. La generazione di quarantenni che oggi guida le imprese ha consapevolezza di quanto sia importante essere sostenuti nei progetti di crescita, innovazione e internazionalizzazione».
Per chiudere definitivamente i conti sull’andamento del settore nel 2012 mancano i dati sulle performance delle exit. I risultati definitivi saranno presentati da Aifi il 10 maggio, ma le prime anticipazioni annunciano risultati positivi, sui disinvestimenti dell’anno, seppur in flessione rispetto al 2011.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

L’esordio di Andrea Orcel come ad di Unicredit, uscita con un utile trimestrale doppio rispetto al...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Vittorio Colao, ministro per l’Innovazione tecnologica, non fa suo il progetto per una rete unica ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Un blitz della Ragioneria generale dello Stato evita un "buco" di 24 miliardi nel decreto "Sostegni ...

Oggi sulla stampa