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Mediazione, primo giro di boa

La mediazione tributaria compie un anno. Numeri alla mano, il bilancio è positivo. Tanto per il fisco quanto per i contribuenti. Ma all’orizzonte si profila lo spettro di un giudizio di legittimità costituzionale che potrebbe mandare ko uno strumento fortemente voluto e sostenuto dall’amministrazione finanziaria. Il nuovo «filtro» pre-contenzioso è in vigore dal 2 aprile 2012: obbligatorio per chi vuole opporsi ad accertamenti fino a 20 mila euro emessi dall’Agenzia delle entrate, l’istituto ha consentito di ridurre le liti con il fisco di circa un terzo. Secondo gli ultimi numeri diffusi da via Cristoforo Colombo, che fotografano la realtà al 31 dicembre 2012, nei primi nove mesi di applicazione sono state inoltrate 48 mila istanze, di cui circa la metà già trattate entro la fine dell’anno. Le mediazioni andate a buon fine sono state 11.658, vale a dire il 50% del totale complessivo (si veda ItaliaOggi del 13 febbraio 2013). Ma se si prendono in esame soltanto le pratiche concluse dagli uffici legali dell’Agenzia (e non, quindi, anche quelle che risultavano in corso), la percentuale di successo sfiora il 65%.

L’istituto introdotto dall’articolo 39 del dl n. 98/2011 ha pure contribuito a ridurre di quasi 50 mila ricorsi il nuovo contenzioso attivato da cittadini e imprese contro le Entrate nel 2012. La stessa Agenzia ha enfatizzato in più occasioni i vantaggi del reclamo-mediazione, fornendo i chiarimenti applicativi necessari (circolari n. 9/E del 19 marzo 2012 e n. 33/E del 3 agosto 2012) e invitando gli uffici legali, anche tramite direttive interne, a un riesame critico e analitico degli atti emessi dai «colleghi» dell’accertamento.

I vertici delle Entrate hanno espresso soddisfazione per i risultati ottenuti nei primi mesi di vita della mediazione. Il direttore Attilio Befera ha anche anticipato la possibilità di richiedere al governo un innalzamento del tetto di accesso al di sopra dei 20 mila euro. Eppure, nonostante il clima di dialogo e i numerosi accordi sottoscritti dall’Agenzia con le categorie sul tema della mediazione, anche a distanza di un anno resta sotto la lente il «peccato originale»: la mancanza di terzietà da parte dell’organo chiamato a valutare il reclamo e l’eventuale proposta di accordo. Un difetto che, dopo la voce di alcuni ordini professionali (per esempio i commercialisti) e di parte della dottrina, ha trovato ora anche quella della giurisprudenza.

Lo scorso 7 febbraio, infatti, un’ordinanza della Ctp Perugia ha spedito la mediazione tributaria sul tavolo della Corte costituzionale. L’articolo 17-bis del dlgs n. 546/1992 potrebbe porsi in contrasto con gli articoli 3, 24 e 25 della Costituzione. Molteplici gli elementi finiti nel mirino dei giudici umbri: in primo luogo la possibile mancanza del requisito di terzietà, ma anche l’obbligatorietà dell’istituto. Tale aspetto, peraltro, è stato già bocciato dalla Consulta con riguardo alla mediazione civile, anche se per un motivo differente (eccesso di delega). Il reclamo obbligatorio, spiega la Ctp, «impedisce al contribuente di adire immediatamente la giustizia tributaria ricevendone la eventuale tutela». Con il rischio, quindi, di lasciarlo esposto alla riscossione. Infine, l’ordinanza dei giudici perugini rimette alla Consulta pure i «distinguo» che connotano la mediazione tributaria: l’applicabilità è infatti connessa sia all’ente impositore (Agenzia delle entrate, ora anche Territorio), sia al valore della controversia (entro i 20 mila euro), «talché alcuni contribuenti si troverebbero ad avere maggiore tutela giuridica rispetto ad altri». Con il paradosso che chi è debitore dello Stato per somme più elevate potrebbe adire immediatamente la Ctp, richiedendo anche la sospensione cautelare, mentre chi deve al fisco importi modesti no. La trattazione della vicenda non è ancora stata fissata dai giudici costituzionali. Il Dipartimento delle finanze, nel frattempo, sta lavorando nel predisporre le linee difensive della norma impugnata.

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