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Mediazione: Gli avvocati non vogliono conciliare

di Isidoro Trovato

È iniziato lo scontro fratricida fra il ministro della Giustizia Paola Severino (avvocato) e il mondo dell'avvocatura italiana. «Prendiamo atto delle dichiarazioni del governo sull'attuazione del programma che riguarda la disciplina delle professioni e gli interventi sull'amministrazione della giustizia — dice Guido Alpa, presidente del Consiglio nazionale forense —. Nonostante più volte tutte le componenti dell'avvocatura abbiano presentato urgente istanza per essere sentite e poter esporre all'esecutivo i pericoli gravi a cui sono esposti i diritti dei cittadini con riforme che limitano la loro difesa, non hanno avuto ascolto, né hanno avuto modo di rappresentare le loro proposte».
L'accelerata
Una dura reazione che annuncia l'assemblea plenaria di tutta l'avvocatura il 14 gennaio a Roma, per avviare una mobilitazione permanente contro le iniziative del governo su liberalizzazioni e giustizia civile, senza escludere manifestazioni di protesta.
Il tema più «caldo» sul tavolo del confronto è ancora la mediazione civile: gli avvocati la bollano come inutile e dannosa, il ministro Severino la indica come strumento di punta su cui puntare per un'indispensabile velocizzazione della giustizia.
«Dobbiamo dissentire dalle dichiarazioni del ministro, e collega, Severino in merito alle sue recenti dichiarazioni sulla conciliazione obbligatoria e sulle tariffe — afferma Maurizio de Tilla, presidente dell'Organismo unitario dell'avvocatura —. La conciliazione obbligatoria è fallita. Dopo otto mesi dalla sua entrata in vigore non sono più di tremila le conciliazioni effettivamente realizzate con la procedura di obbligatorietà. E in queste vanno comprese le controversie che le parti assistite dagli avvocati avevano già conciliato e sono andate davanti al mediatore per ottenere un titolo esecutivo». Il ministro, invece, in un'intervista al Corriere della Sera, ha fornito altri numeri: dal 21 marzo al 30 settembre 2011 sono stati 33.800 i procedimenti aperti, più di 19.000 quelli definiti, per un valore medio della controversia pari a 93 mila euro, il 75% riguarda la mediazione obbligatoria, il 23% quella volontaria, l'1% quella delegata e l'1% quella obbligatoria per clausola di contratto.
«Ma il fallimento della conciliazione è tanto più grave in quanto si sono spese somme ingenti — ribatte de Tilla — per formare mediatori, insediare Camere di conciliazione pubbliche e private, alle quali si aggiungono forti costi di accesso alle procedure per le materie dei diritti reali, delle successioni, delle divisioni, della responsabilità medica. Il tutto senza dimenticare la spada di Damocle che pende sulla mediazione: ben sei ordinanze hanno investito la Corte costituzionale e la Corte europea di Giustizia per l'esame sulla costituzionalità e sulla compatibilità con la normativa comunitaria».
Più conciliazione
Però l'ormai insostenibile lentezza della macchina giudiziaria italiana non ammette rinvii ed è per questo che il nuovo ministro si attende grandi risultati dalla mediazione soprattutto quest'anno quando si applicherà anche alle liti condominiali e agli incidenti stradali. In attesa di sapere ciò che deciderà la Corte costituzionale.
«Come fa il ministro della Giustizia — continua de Tilla — a ignorare il rischio di anticostituzionalità? È responsabile tutto ciò? Riguardo alle tariffe, leggiamo sui giornali una indicazione preoccupante che verrebbe dal governo: l'abrogazione dell'articolo 2233 del Codice civile dove si stabilisce che la misura del compenso deve essere adeguata all'importanza dell'opera e al decoro della professione. Sono due punti indeclinabili che riguardano la sfera etica e premiale. Il mercato non può cancellare con un colpo di spugna i valori delle professioni. L'Etica, con la E maiuscola, non può essere estranea al governo presieduto dal professor Monti».

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