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Mediazione con il fisco a quota mille istanze

Quindici istanze al giorno. È il ritmo a cui viaggia la mediazione con il fisco a partire da aprile, vale a dire da quando è diventato obbligatoria la nuova procedura di reclamo per contestare gli accertamenti dell’agenzia delle Entrate che non superano i 20mila euro di valore. Nel complesso gli uffici territoriali hanno raccolto finora mille istanze e in qualche caso la procedura si è già conclusa con un accordo tra amministrazione finanziaria e contribuente. Le potenzialità del nuovo istituto sono notevoli. Secondo le stime delle Entrate, basate sul nuovo contenzioso nel 2011, si può arrivare a evitare fino a 113mila contenziosi all’anno. Considerato il carico complessivo dei ricorsi (quindi non solo quelli contro atti dell’Agenzia) significherebbe «filtrare» ed evitare sul nascere ben 4 liti su 10 (come stimato dal Sole 24 Ore del 2 aprile scorso). Una conferma che sia proprio il versante delle mini-liti a ingolfare la macchina della giustizia tributaria è arrivata anche dai dati appena diffusi dal dipartimento delle Finanze relativi al periodo da gennaio a marzo 2012: addirittura il 76% delle controversie in ingresso nelle Commissioni tributarie provinciali riguardato atti impositivi fino a 20mila euro e addirittura il 44% sono sotto i 2.600 euro.
I primi due mesi sono serviti anche per rodare gli ingranaggi di tutta la procedura. L’iter prevede, infatti, che il contribuente raggiunto da un atto “mediabile” (quelli ricevuti dal 2 aprile in poi e fino a 20mila euro) debba presentare obbligatoriamente un reclamo all’Agenzia che può contenere o meno una proposta di mediazione. A questo punto dovrà attendere la risposta delle Entrate sulla mediazione (la competenza è, comunque, di un ufficio diverso da quello che ha emesso l’atto). E in mancanza di un accordo può depositare il ricorso in Commissione tributaria. Passaggi a cui bisogna prestare attenzione. «Non è percorribile la strada, pure ipotizzata da alcuni commentatori, di presentare contestualmente sia l’istanza di mediazione sia il ricorso in giudizio o di effettuare un doppio deposito del ricorso presso la Commissione tributaria, uno durante la fase di mediazione e un altro a conclusione», spiega il direttore centrale Affari legali e contenzioso delle Entrate, Vincenzo Busa. Una scelta simile, infatti, «comporta il rischio di inammissibilità – continua – oltre a richiedere il pagamento doppio del contributo unificato».
Dall’Agenzia arriva il messaggio a credere nella mediazione, che viene vista come un modo per ridurre la conflittualità e non per alimentarla. E per aprire un dialogo con il contribuente sempre tenendo di vista l’obiettivo ultimo di migliorare la tax compliance, vale a dire l’adeguamento spontaneo in dichiarazione dei redditi. A tal proposito, precisa Busa, «la frase in uso fino ad alcuni anni fa “Ha ragione, ma faccia ricorso” non deve più risuonare nei nostri uffici». Anche per questo, l’amministrazione finanziaria «è impegnata a segnalare per tempo eventuali vizi procedurali in modo che il ricorrente possa eliminarli e, comunque, eviterà di far valere preclusioni nei confronti di contribuenti in buona fede che non abbiano tentato volutamente di bypassare la fase della mediazione».
Molte titubanze (e preoccupazioni) da parte dei contribuenti sono legate al fatto che la procedura non si svolga davanti a un organo terzo ma che sia comunque l’Agenzia, seppur si tratti di un altro ufficio, a decidere. Preoccupazioni a cui Busa risponde con la rassicurazione che «l’ufficio non è vincolato dal contenuto dell’istanza del contribuente, potendo e dovendo intervenire con l’annullamento dell’atto ogni volta che sussistono i presupposti anche attraverso il confronto con la giurisprudenza, i motivi di impugnazione e la documentazione presentata».

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