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Mediazione all’esame di costituzionalità

Mancanza di un organo terzo. Limitazione del diritto di difesa. Discriminazione per l’applicabilità solo alle contestazioni dell’agenzia delle Entrate. E per di più fino alla soglia di 20mila euro. È un atto d’accusa in quattro punti quello stilato dai giudici della Commissione tributaria provinciale di Perugia nei confronti della mediazione fiscale entrata in vigore poco meno di un anno fa.
Un’ordinanza depositata da pochi giorni e che chiama in causa la Corte costituzionale. Toccherà ora alla Consulta decidere sulla legittimità della procedura obbligatoria, che nei primi otto mesi di vita ha permesso di evitare già 12mila liti (circa il 50% di quelle esaminate). Si materializza così una sorta di maledizione della mediazione che ha già portato a una bocciatura di quella civile lo scorso novembre per «eccesso di delega», come ricorda proprio l’ordinanza di Perugia.
Facciamo un passo indietro. Le contestazioni (avvisi di accertamento ma non solo) emesse dall’agenzia delle Entrate fino a 20mila euro di valore e consegnate al contribuente dal 2 aprile scorso richiedono un passaggio obbligatorio: bisogna presentare un reclamo con o senza una proposta di mediazione e solo se l’ufficio preposto del Fisco (differente da quello che avrà emesso l’atto) non accoglie l’istanza si può ricorrere alla giustizia tributaria. E qui cominciano i rilievi dell’ordinanza del collegio perugino, che intravede conflitti con ben tre articoli della Costituzione e rimarca un utilizzo dell’istituto «in modo erroneo e illogico».
Il primo problema è che l’organo chiamato a decidere fa comunque parte della stessa amministrazione, mentre «deve essere estraneo alle parti – spiega il provvedimento -: in sostanza non può essere mediatore una delle parti, anche se costituito in ufficio autonomo». Una questione, del resto, sollevata da professionisti ed esperti sin da subito e che segnava la distanza rispetto alla mediazione civile svolta, invece, davanti a un organo terzo.
L’altra questione rilevante è che l’obbligatorietà dell’iter finisce per comprimere il diritto di difesa del contribuente, che può rivolgersi al giudice solo una volta che siano trascorsi 90 giorni e non gli sia stato comunicato l’accoglimento del reclamo o della proposta di mediazione. Una tempistica non sincronizzata – come fa notare la Ctp alla Corte costituzionale – con i nuovi accertamenti, che diventano titoli esecutivi dopo 60 giorni dal mancato pagamento. In pratica, il contribuente non può effettuare tempestivamente il ricorso che si concretizza non solo con la presentazione all’ufficio impositore, ma anche con il deposito della copia presso la Ctp, «perché deve aspettare l’esito del suo reclamo o della mediazione». Allo stesso tempo, poi, deve pagare perché l’avviso di accertamento è esecutivo. E, come se non bastasse, l’impossibilità di presentare ricorso inibisce anche la richiesta della sospensiva.
Gli altri due effetti distorsivi sono connessi all’ambito di applicazione. La limitazione alle sole pretese avanzate all’agenzia delle Entrate fa sì che i destinatari di contestazioni da altri enti finiscano con l’«avere una maggiore tutela giuridica». Così come quelli a cui le Entrate contestano una presunta evasione oltre i 20mila euro: possono rivolgersi direttamente alla giustizia tributaria e sfruttare la chance della sospensiva degli effetti dell’accertamento.
Un atto d’accusa chiaro, insomma, che può mettere in salita la strada per uno strumento nato per ridurre il contenzioso.

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