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Mediaset-Vivendi, in Tribunale la grande vittoria è dei francesi

Due sentenze su tre integralmente favorevoli a Vivendi. E alla fine il risarcimento di oltre 3 miliardi richiesto da Mediaset e Fininvest si ferma alla ben differente somma di 1,7 milioni.

Il Tribunale di Milano sezione civile ha emesso la sentenza sulle cause Mediaset-Vivendi mettendo la prima parola fine (il gruppo Mediaset ha dichiarato che impugnerà le sentenze in appello in merito alla quantificazione del danno subito) alle lunghe e complesse cause risarcitorie miliardarie promosse da Mediaset, Rti e Fininvest contro Vivendi in relazione alla mancata acquisizione di Mediaset Premium a metà 2016 da parte di Vivendi e al successivo acquisto da parte dei francesi di una partecipazione del 28,8% in Mediaset che per questo ha chiamato la società che fa capo a Vincent Bolloré a rispondere dell’accusa di “scalata ostile”.

Quello di ieri è un primo importantissimo step, con le sentenze di primo grado in sede civile nelle contese legali che rappresentano il fil rouge di tutta la vicenda Mediaset-Vivendi, unite in un deal nel 2016 che avrebbe dovuto dare il “la” alla creazione di un gigante europeo dei contenuti e che invece si è trasformato nella quintessenza di un pantano legale da cui non sembra possibile scorgere vie d’uscita, ancora oggi dopo cinque anni.

In questo caso le cause in discussione in sede civile erano tre, riguardanti la mancata esecuzione del contratto di acquisto di Mediaset Premium nel 2016, rifiutata da Vivendi perché considerata un vaso di Pandora con sorprese negative nascoste nei conti; la presunta violazione del patto parasociale tra Fininvest e Vivendi (con l’impegno reciproco a non salire oltre una minima soglia nel capitale) e la presunta concorrenza sleale della media company che fa capo a Bolloré che con una sostanziale scalata ostile avrebbe fatto crollare il titolo per poi farne incetta in Borsa e salire all’attuale quota del 28,8% del capitale e 29,9% dei diritti di voto.

Per quanto riguarda la causa Premium, il Tribunale – si legge in una nota firmata dal presidente della XV sezione Civile Angelo Mambriani – «ha accertato l’inadempimento agli obblighi» riguardanti il contratto Premium del 2016 condannando Vivendi a risarcire in favore di Mediaset 1,2 milioni e 514mila euro in favore di Rti.

Se però il tribunale ha accertato l’inadempimento di Vivendi in merito alla questione del mancato rispetto del contratto Premium, per i giudici la scalata dei francesi alla società di Cologno non ha violato le norme. In merito alle altre due cause intentate da Mediaset a Vivendi (difesa fra gli altri dagli avvocati dello studio Cleary Gottlieb Giuseppe Scassellati Sforzolini, Ferdinando Emanuele, Roberto Argeri) il Tribunale ha respinto le richieste ritenendo che «l’operazione di acquisto, da parte di Vivendi, di azioni Mediaset a partire dal dicembre 2016 per un quantitativo complessivamente di poco inferiore al 30% del capitale non sia avvenuto in violazione delle previsioni del contratto stipulato l’8 aprile 2016 e risoltosi il 30 settembre 2016». Inoltre lo stesso Tribunale ritiene che «l’operazione non possa essere ritenuta illegittima ai sensi del Tusmar (Testo unico della radiotelevisione)». Per i giudici di Milano «la norma» è «non più applicabile nell’ordinamento italiano nella sua formulazione originaria in ragione delle statuizioni di cui alla sentenza della Corte Europea di Giustizia del 3 settembre 2020» e «l’operazione non integra le contestate condotte di concorrenza sleale».

«Siamo lieti che il tribunale civile di Milano abbia riconosciuto il comportamento doloso di Mediaset», è un commento di un portavoce di Vivendi. Mediaset ha affidato il suo commento a un comunicato in cui ha espresso «soddisfazione per la conferma da parte del Tribunale di Milano del grave inadempimento Vivendi agli obblighi previsti dal contratto stipulato dalle parti l’8 aprile 2016» annunciando appello «anche alla luce degli elementi probatori evidenziati nel corso della parallela inchiesta penale a carico di Vivendi, elementi emersi successivamente allo scadere dei termini per la produzione di prove in sede civile e per questo non considerate dal Tribunale».

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