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Mediaset-Vivendi, trattative in attesa dell’Agcom

Si aspetta la decisione dell’Agcom sul caso Mediaset-Vivendi per avviare il tentativo di mediazione chiesto dal giudice del Tribunale di Milano Vincenzo Perozziello presso il quale è pendente la causa civile promossa da Mediaset e Fininvest. Salvo che l’Agcom non ritenga un fatto nuovo da approfondire la dialettica in corso tra sindaci e amministratori Telecom sul ruolo di Vivendi, l’istruttoria aperta alla vigilia di Natale dovrebbe concludersi nei tempi ordinari e cioè entro il 21 aprile. Alla prima udienza, il 21 marzo scorso, il giudice civile aveva invitato le parti a «esperire preliminare tentativo di mediazione», assegnando un termine di 15 giorni per la presentazione della relativa domanda. Richiesta che si prospetta come un atto formale, che entrambe le squadre legali si preparano a compiere. Le vere trattative inizieranno solo dopo.
Gli argomenti da mettere sul piatto per tentare una ricomposizione sono più d’uno. Dalla quota azionaria che i francesi hanno spinto fino a sfiorare la soglia dell’Opa con il 29,9% dei diritti di voto del Biscione e che va ben oltre i limiti concordati nel contratto (disatteso) firmato un anno fa su Premium, al riconoscimento dei danni sul quale l’ad di Mediaset Pier Silvio Berlusconi non sembra intenzionato a transigere, alle possibili collaborazioni industriali che potrebbero mettere in campo i due gruppi fino a coinvolgere potenzialmente i diritti per il calcio, ora che Telecom ha fatto sapere che parteciperà alle aste per la parte che riguarda la trasmissione sulla banda ultralarga.
Prima di entrare nel vivo, occorre però chiarire l’ambito entro il quale è possibile muoversi. Condizione preliminare, perciò, è la delibera Agcom, chiamata per la prima volta ad applicare le regole del Tusmar (Testo unico dei servizi media audiovisivi e radiofonici) nella parte in cui impedisce le concentrazioni tra chi (Telecom) ha più del 40% del mercato delle comunicazioni elettroniche e chi (Mediaset) ha più del 10% del Sic (sistema integrato delle comunicazioni). In particolare il riferimento è all’articolo 43 del Tusmar. Già a dicembre l’Authority presieduta da Angelo Marcello Cardani aveva avvertito che «operazioni volte a concentrare il controllo delle due società potrebbero essere vietate».
Sull’interpretazione da dare al concetto di “concentrazione”, ovviamente, le posizioni delle due parti in causa sono divergenti. Per Mediaset, che ha presentato un esposto all’Agcom, anche se Fininvest resta il primo azionista con quasi il 40% dei diritti di voto, già il superamento del 10% da parte dei francesi – soglia rilevante ai fini del collegamento tra società quotate secondo il codice civile (articolo 2359) – condiziona l’attività del gruppo, dal momento che sussiste «il rischio di paralisi della attività di sviluppo industriale».
Per Vivendi invece non basta il superamento del 10% per stabilire che c’è un “collegamento” rilevante ai fini del Tusmar. Occorre invece che il collegamento sia in grado di esprimere il controllo o perlomeno un’influenza dominante, come sarebbe per esempio nel caso di controllo congiunto di due azionisti, dove l’attribuzione dei ricavi citati dalla normativa dovrebbe avvenire in modo proporzionale al pro-quota del controllo. Lasciando da parte il tema del controllo/influenza rilevante su Telecom, il punto è l’influenza dominante su Mediaset, che i francesi negano di avere. La tesi sostenuta sotto il profilo legale è che i limiti di fatturato (il 10% del Sic) individuati nell’articolo 43 del Tusmar non si applicano a qualsiasi società qualificabile come collegata secondo i dettami del codice civile, ma solo a quelle che fanno conseguire un fatturato alle imprese in quanto ricorrono anche le condizioni di controllo regolamentare. Altrimenti, è l’argomentazione, ci sarebbe la moltiplicazione dei fatturati, con lo stesso 13,3% del Sic di Mediaset attribuito sia a Fininvest sia a Vivendi. Diverso sarebbe se Vivendi avesse la maggioranza del consiglio di amministrazione di Mediaset: allora si porrebbe un problema. Va anche detto che lo statuto del Biscione è così “democratico” sul voto di lista e i meccanismi di composizione del board, che non si potrebbe nemmeno escludere il paradosso di una minoranza che ottenga una rappresentanza paritetica col primo socio. Però occorrerebbe esercitare appieno i diritti connessi alla quota, pari al 28,8% del capitale, cosa che per il momento non è stata fatta, visto che Vivendi non ha chiesto neppure di entrare in consiglio (il rinnovo dell’organo societario è previsto all’assemblea di bilancio dell’anno prossimo). Sulla carta, se fossero riconosciute le ragioni di Mediaset – stabilendo che Vivendi non può superare il 10% – i francesi potrebbero ancora ricorrere al Tar, da una parte, e alla Ue, dall’altra, chiamando in causa il principio della libera circolazione dei capitali. Ma è da presumere che i mediatori avranno ancora spazio per verificare se è possibile evitare un contenzioso destinato ad andare alle calende greche.

Antonella Olivieri

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