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Mediaset-Vivendi: l’avvocatura Ue critica sull’applicazione della Gasparri

La lite tra Mediaset e Vivendi arriva a mettere in discussione la legge Gasparri che impedisce la commistione tra Telecom e Mediaset, o perlomeno l’interpretazione che ne è stata data dall’Agcom congelando la quota del Biscione in mano ai francesi in eccesso al 10%. Vivendi aveva impugnato la delibera Agcom presso il Tar del Lazio, che ha poi inviato alla Corte europea una «domanda di pronuncia pregiudiziale» per chiarire se la legislazione nazionale sia in contrasto con i principi comunitari. Ieri è arrivato il parere dell’avvocato generale Manuel Campos Sanchez Bordona, influente sebbene non vincolante (farà testo la sentenza della Corte Ue che dovrebbe arrivare entro marzo).

Cosa dice il parere

Il parere conclude che la libertà di stabilimento sancita dal trattato europeo «osta a una misura nazionale che, al fine di preservare il pluralismo dell’informazione, vieta di acquisire una quota superiore al 10% dei ricavi del mercato dei media a qualsiasi impresa i cui ricavi nel settore delle comunicazioni elettroniche siano superiori al 40% dei ricavi complessivi di tale settore, se: 1) per settore delle comunicazioni elettroniche si intende unicamente quello che comprende i mercati suscettibili di regolamentazione ex ante, e 2)il divieto è imposto alle imprese collegate a un’impresa principale sulle quali essa non è in grado di esercitare un’influenza notevole, circostanza il cui accertamento spetta al giudice del rinvio». In sostanza le misure nei confronti di Vivendi potrebbero essere “spropozionate” rispetto all’obiettivo di tutelare il pluralismo dell’informazione.

Tradotto, nel caso specifico, Campos Sanchez Bordona sposa due delle argomentazioni addotte da Vivendi, ma rimanda l’accertamento della seconda al Tar. La prima riguarda il metodo con il quale l’Agcom ha stabilito che Telecom ha una quota superiore al 40% dei ricavi del settore, senza includere telefonia mobile, gli altri servizi di comunicazione collegati a Internet e la radiodiffusione satellitare. Se Telecom, di cui Vivendi è il primo azionista col 23,94%, non avesse superato la soglia del 40%, il gruppo che fa capo a Vincent Bolloré non sarebbe incappato nelle maglie della legge Gasparri. La seconda è relativa al fatto che Vivendi, pur avendo superato la soglia di “collegamento” societario del 10%, non controlla Mediaset che è invece controllata da Fininvest. Spetterà però al giudice italiano stabilire se Vivendi non è in grado di esercitare comunque «un’influenza notevole».

L’assemblea del 10 gennaio

Dalla replica del Biscione si capisce che Simon fiduciaria (che detiene per conto dei francesi il 19,19% di Mediaset in eccesso) non sarà ammessa a votare all’assemblea del 10 gennaio chiamata per emendare le parti “anti-Vivendi” dello statuto della holding olandese Mfe (sotto la quale dovrebbero confluire le due Mediaset italiana e spagnola). Cologno sottolinea infatti che in attesa della sentenza Ue e delle conseguenti valutazioni di parte italiana «nulla cambia in merito alla valutazione di illeceità della condotta di Vivendi in relazione all’acquisto del 28,8% del capitale Mediaset». I numeri dicono che le delibere del 10 gennaio saranno approvate. Mediaset osserva che comunque il parere è meno tranchant della posizione espressa dalla Commissione Ue che, di fatto, bocciava toutcourt la Gasparri.

Cosa succede dopo

Ammesso che la Corte Ue recepisca in toto il parere, secondo i legali di Vivendi l’Agcom dovrebbe adeguarsi senza aspettare il Tar. Secondo l’interpretazione dei legali del Biscione, invece, il Tar dovrebbe rinviare alla Consulta perchè in questione c’è la conformità della Gasparri al diritto europeo. Sempre che l’Agcom non decida di ricorrere in appello al Consiglio di Stato, allungando ancora di più i tempi. Vivendi potrebbe comunque impugnare anche la delibera dell’assemblea di gennaio, con un’ulteriore ipoteca sul travaglio della nascitura Mfe. Se comunque passasse il punto che Vivendi è legittimata a tenere il piede in due scarpe – in Telecom e in Mediaset – si smonterebbe tutto il contenzioso in essere con l’eccezione della causa originaria per il mancato rispetto del contratto d’acquisto di Mediaset Premium, per il quale Cologno e Fininvest hanno presentato un conto da 3 miliardi. Incubo senza fine. Ne vale la pena? Pare che ai piani alti di Parigi si ritorni a ragionare sull’opportunità di trovare un accordo.

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