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Mediaset vince su Facebook: il social aveva link a contenuti protetti e offese

Facebook è responsabile sia delle violazioni del diritto d’autore anche se nel social sono postati solo link ai contenuti, sia della lesione di onore, decoro, reputazione. Lo ha stabilito il Tribunale di Roma in una causa che ha opposto Mediaset al social network per alcune violazioni che risalgono al 2010 e che riguardano la serie animata Kilari, trasmessa da Italia Uno.Una sentenza destinata a fare giurisprudenza, insieme con le varie altre che negli ultimi tempi si sono occupate del rapporto fra il diritto d’autore e le grandi piattaforme online, soprattutto ora che si lavora alla riforma sulla direttiva Ue in materia (si veda l’altro articolo in pagina). Ma la caratteristica della pronuncia è che tratta diversi ambiti e non solo il copyright. E il succo è questo: Facebook aveva saputo da Mediaset (per l’esattezza da Rti) che ospitava contenuti lesivi di vari diritti e però ha tergiversato per due anni prima di eliminarli. Non aveva l’obbligo di agire con un filtro prima, ma una volta avutane notizia sì.

A dare il via all’azione di Mediaset è stato un gruppo chiamato «Valentina Ponzone nei panni di Kilari è assolutamente ridicola», in cui veniva presa di mira la cantante della sigla del cartone oltre alla stessa Mediaset (in misura minore) con commenti, secondo il Tribunale, «dileggianti», a «carattere offensivo e ingiurioso» che non avevano niente a che fare con il diritto di critica e satira, anche perché non erano strumentalmente collegati al dissenso. Va bene criticare, insomma, ma offendere gratuitamente è un’altra cosa.

Sempre nel gruppo, inoltre, si trovavano un paio di link a video di YouTube con la sigla della serie, di cui ovviamente il portale non aveva i diritti. Solo link, non contenuti ospitati, ma anche in questo caso i giudici hanno ricordato come la Corte Ue avesse già stabilito in passato che mettere a disposizione link significava mettere a disposizione i contenuti illegali a un pubblico nuovo e quindi nuova violazione del copyright.

Il problema, però, non è tanto che questi contenuti siano apparsi su Facebook, quanto che il social non abbia fatto niente per eliminarli in due anni, come detto: Rti ha spedito cinque raccomandate con diffida da febbraio ad aprile del 2010, mentre la rimozione è avvenuta a gennaio del 2012. Secondo il tribunale, Facebook non avrebbe dovuto aspettare la comunicazione di una pubblica autorità, bastava quella del soggetto offeso.

Il risultato di tutto ciò è che Rti, rappresentata dallo Studio Previti, ha ottenuto l’accertamento degli illeciti e l’inibizione per il futuro, oltre al risarcimento danni, sebbene di molto inferiore a quanto richiesto: 15 mila per Valentina Ponzone e 15,6 mila per il gruppo televisivo oltre a circa 8 mila euro di spese (il risarcimento richiesto era di 250 mila euro a testa).

Ma com’è che Facebook è stato ritenuto responsabile, sebbene la direttiva europea sull’e-commerce stabilisca che gli Internet service provider non lo siano per i contenuti veicolati? Il tribunale ha fatto propria la distinzione fra semplici provider, nei quali le informazioni semplicemente transitano, e le attività di hosting che invece le memorizzano per lungo tempo allo scopo di renderle disponibili agli utenti. Riconoscere la responsabilità di queste ultime «costituisce il giusto punto di equilibrio tra i vari diritti protetti dalla Carta dei diritti fondamentali dell’Unione europea: da una parte, quelli di cui godono i titolari di diritti d’autore, dall’altra la libertà d’impresa dei fornitori di accesso a internet e il diritto degli utenti di ricevere o comunicare informazioni». Niente compiti di censura, insomma, giusto «diligenza» per «individuare e prevenire taluni tipi di attività illecite».

Andrea Secchi

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