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«Mediaset investe contro la crisi»

A pochi giorni da una trimestrale da dimenticare e dal pericoloso -11% di mercoledì in Borsa, Mediaset esce allo scoperto per raccontare una crisi «che è anche e soprattutto del Paese», come sostiene con il Sole 24 Ore Marco Giordani, amministratore delegato di Rti e chief financial officer del gruppo di Cologno Monzese. Intanto ieri il Biscione è tornato sugli scudi guadagnando il 4,5% (1,518 euro).
Ricavi sotto il miliardo, profitti giù dell’85% e pay tv in calo. È sicuro che il mercato non si sia spaventato nel vedere nero su bianco questi risultati?
Si trattava di numeri noti da tempo agli analisti, che di certo non possono essere considerati come la causa principale dello scossone in Borsa di mercoledì. Il consensus non era molto diverso, le sorprese sono state poche. Cosa diversa è invece il riaggiornamento delle previsioni sul calo del mercato pubblicitario, passato da un -6 a un -10% per la fine dell’anno. È questo che ci ha penalizzato.
Quindi la sua «tesi» è che scontate una crisi più generale dei consumi?
Il titolo Mediaset si può considerare, come altri, un proxy dell’economia italiana, un indicatore abbastanza preciso del mercato e infatti quando lo spread si allarga noi soffriamo.
La pressione sugli utili è da attribuire solo alla discesa della pubblicità?
Sì, certo. Sui costi siamo già intervenuti prima che la crisi iniziasse a manifestare tutti i suoi effetti. I ricavi sono diminuiti, infatti, del 12% ma allo stesso tempo anche le uscite sono state tagliate proporzionalmente, proprio del 12%, e in un mestiere come il nostro fatto di costi fissi credo sia un segnale di reazione molto importante. Il progetto di efficienza ci ha portato poi a unificare molte attività di struttura senza perdere di vista il tema della qualità dell’informazione e della produzione di intrattenimento, fiction e cinema.
Gli spot stanno andando sempre di più all’estero e gli investitori si stanno spostando verso i Paesi emergenti. Cosa ne pensa?
Se l’Italia è ferma pare ragionevole che le multinazionali migrino là dove c’è la crescita. Ecco perché il problema del settore televisivo non è tanto aumentare l’audience ma essere inseriti in un contesto-Paese dove si pensa anche allo sviluppo e a far riprendere i consumi.
Come del resto anche Sky, state investendo sulla televisione non lineare, quella che si può vedere sull’iPad. Eppure gli ultimi dati finanziari dimostrano che il pareggio di Premium si allontana.
In generale il mercato della pay tv non è esente dal contesto congiunturale e la riduzione degli abbonati sta toccando tutti gli operatori. Detto questo, la centralità di Premium rimane perché se un’azienda come la nostra si focalizzasse solo sul trimestre e non sapesse guardare avanti commetterebbe un grave errore di valutazione. E poi, per esempio, in soli dieci giorni dal lancio di Play sull’Apple store, che permette di vedere Premium sull’iPad, sono state scaricate 100mila app.
La7 è in vendita, non avete neppure visto il dossier?
Escludo qualsiasi interesse da parte nostra, ma se posso dire una cosa mi sembra difficile pensare che, magari dall’estero, oggi un investitore possa essere interessato a un’azienda italiana del settore media.
È noto che lo stop del beauty contest vi abbia infastidito. Parteciperete all’asta voluta dal ministro Passera?
Dopo l’annullamento del beauty contest dobbiamo aspettare che il nuovo Agcom definisca la regole ma mi sembra ovvio che l’asta sarà al ribasso se il Paese non saprà scommettere sulla ripresa. Come abbiamo appena detto, ora sul mercato ci sono anche i multiplex di La7 che abbassano fatalmente il potenziale di prezzo delle frequenze. In un contesto di crisi nera chi investirà?
E sul web?
Mediaset non deve cercare di fare la nuova Facebook ma vogliamo sfruttare internet al massimo per far crescere la nostra tv non lineare. Abbiamo avuto contatti con alcuni grandi gruppi internazionali e credo che la forza di Publitalia nella raccolta pubblicitaria possa creare buone sinergie per i nuovi operatori della rete.

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