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Media e processi, servono regole

Dalla competenza territoriale (che deve essere certa in modo che il giudice competente a decidere di un processo sia chiaro e indiscutibile da subito) ai tempi di prescrizione passando per il sempre discusso rapporto tra giustizia e informazione.

Per il codice di procedura penale sembra essere arrivato il momento del restyling.

Una revisione che dovrà rafforzare l’impianto del codice di rito colmandone alcuni profili di fragilità forieri di lungaggini processuali, gogne mediatiche e incertezze per l’attesa di giustizia reclamata dall’opinione pubblica. Perché se è vero che i tempi dei processi non possono essere gli stessi dei media, né tantomeno quelli attesi dalle imprese, è altrettanto innegabile che «vada fatto di tutto perché questi tempi non siano eccessivamente divergenti tra loro».

L’esigenza di rimettere mano al codice è stata riconosciuta da più parti. Dal presidente della Corte d’appello di Milano Giovanni Canzio, al capo della procura meneghina, Edmondo Bruti Liberati, fino al padre del codice del 1989, il professore Ennio Amodio. L’occasione è stata il convegno organizzato dal circolo della stampa di Milano che ha riunito attorno allo stesso tavolo autorevoli esponenti del mondo della comunicazione (su tutti Rosanna D’Antona presidente di Havas Pr Milan e Antonio Calabrò, consigliere di Assolombarda per la legalità e la responsabilità sociale d’impresa) e operatori del diritto per rispondere a interrogativi sempre d’attualità: come conciliare la «spettacolarizzazione» di inchieste e processi con il diritto alla difesa e alla presunzione di innocenza? E come tutelare la reputazione di imprese e aziende, spesso condannate mediaticamente e poi assolte nelle aule giudiziarie?

Apparentemente si tratta di interessi inconciliabili perché è inevitabile che l’attenzione dei media sia più alta nella fase investigativa (quando la competizione tra testate alimenta il rincorrersi delle anticipazioni) e meno nella fase processuale.

Ma qualche punto di incontro si può trovare. Come? Per esempio realizzando nelle procure strutture destinate alla comunicazione e ai rapporti con i media.

Oggi tutto è accentrato nella mani del procuratore capo, ma all’estero, per esempio in Francia, non è così e vi sono magistrati che a tempo pieno svolgono il ruolo di intermediazione con la stampa.

In Italia, invece, iniziative di questo genere hanno avuto un’accoglienza tiepida. «Il Csm e la Scuola di magistratura hanno organizzato corsi di comunicazione per le toghe, ma la cosa è stata vista male da qualcuno», ha sottolineato Bruti Liberati, secondo cui invece una struttura comunicativa ad hoc nelle procure consentirebbe di rispondere alle esigenze informative della stampa, realizzando una pax tra testate concorrenti che dunque non avrebbero più interesse a farsi la guerra a colpi di scoop. E i giudici inquirenti dal canto loro «smetterebbero di consolidare rapporti privilegiati con i giornalisti».

Sulla necessità di intervenire per regolamentare le relazioni tra pm e stampa ha concordato anche Giovanni Canzio che ha puntato l’indice sulla spettacolarizzazione delle inchieste da parte di certi magistrati «spesso interessati alla costruzione di una propria immagine mediatica spesso propedeutica a una discesa in campo politica». «Dal punto di vista mediatico quello che interessa è la costruzione dell’ipotesi investigativa, mentre invece al centro dovrebbe esserci l’accertamento delle responsabilità all’interno del processo di cognizione». È quella «delocalizzazione», come la chiama il professor Amodio, che porta a realizzare una «presunzione di colpevolezza» in grado di travolgere la vita personale e professionale dell’indagato, ma ancor più grave quando ci sono in gioco gli interessi delle imprese, spesso costrette «ad allontanare talenti o a rivedere il rapporto con la clientela».

«Per riequilibrare i pesi tra giustizia e informazione», ha osservato D’Antona, «è più che mai indispensabile una gestione strategica dei processi di comunicazione nel corso di una controversia legale». Gli anglosassoni, che hanno coniato questa particolare tipologia di pubbliche relazioni con l’obiettivo di sostenere le tesi difensive e la salvaguardia della reputazione della parte, la chiamano «litigation pr».

Ma per attenuare gli effetti deleteri sulle imprese c’è bisogno, come auspicato da Antonio Calabrò, di una giustizia «efficiente ed efficace» in grado di ridurre il più possibile il «pregiudizio mediatico» che mina la reputazione delle imprese coinvolte in inchieste giudiziarie. Accorciare ulteriormente i tempi di prescrizione? Per il presidente della Corte d’appello di Milano, non serve. «Non è attraverso il taglio della prescrizione che si risponde alle richieste dei cittadini e delle imprese di avere un giudizio rapido, quanto piuttosto attraverso l’efficientamento della macchina processuale», ha osservato Canzio che ha espresso apprezzamento per la riforma, approvata a marzo dalla camera e ora in discussione al senato, che sospende la prescrizione per due anni dal deposito della sentenza di condanna di primo grado sino alla sentenza d’appello e per un anno dal deposito della sentenza di secondo grado sino alla pronuncia della sentenza definitiva.

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