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Media e banche spingono Piazza Affari

Le Borse hanno perso un po’ di mordente per continuare a salire, ma non ci sono neppure motivi per scendere. La seduta di ieri conferma una mini fase laterale all’interno del trend rialzista iniziato dai minimi dell’anno toccati l’11 febbraio. Francoforte ha chiuso invariata, Parigi ha perso lo 0,7%, Londra lo 0,1%. Ha invece iniziato bene la settimana Piazza Affari con il Ftse Mib che è salito dello 0,46%. A spingere il listino sono stati gli acquisti sui titoli bancari dopo che pare tornato il sereno sulla possibile fusione tra Banco popolare (+5,9%) e Banca popolare di Milano (+3,3%). La settimana scorsa la Banca centrale europea ha inviato una lettera in cui pone condizioni rigide in merito al rafforzamento patrimoniale necessario per avallare l’integrazione. Nel week end l’ad della banca veronese, Francesco Saviotti, ha rassicurato gli investitori scettici sottolineando che il progetto di fusione va avanti anche qualora dovesse essere necessario un aumento di capitale, «non escluso al 100%». Nelle prossime ore dovrebbero essere in programma i consigli di amministrazione delle due banche per approvare un accordo preliminare di fusione.
Non sono state le banche le uniche protagoniste di giornata. Telecom Italia ha guadagnato il 3% nel giorno in cui Marco Patuano ha lasciato la carica di amministratore delegato. Al suo posto, tra i toto-nomi, si fa strada quello di Flavio Cattaneo, ex ad di Terna. Nell’intreccio Telecom-Vivendi (i francesi detengono il 24,9% della società telefonica e sono difatti il primo azionista) c’è anche Mediaset. Il titolo ieri ha chiuso a -0,8% ma nei primi scambi era in netto rialzo su indiscrezioni circa un accordo per uno scambio azionario con Vivendi. Ma è stato il presidente Silvio Berlusconi a ridimensionare il tutto spiegando che Vivendi è interessata solo ad alcuni asset.
Al di là delle singole storie, va detto che le Borse europee ora fanno fatica a trovare una nuova forza rialzista. Ci troviamo in una fase di ritorno dell’appetito al rischio, ma le manovre espansive della Banca centrale europea sembrano in parte già assorbite. Alcuni gestori in questa fase stanno riscoprendo l’area dei Paesi emergenti che in effetti è quella che sta correndo di più. Nell’ultimo mese la Borsa brasiliana è salita del 22% (contro il +10% di Milano). L’indice Msci emerging market è salito del 20% dai minimi dell’anno palesando allo stesso tempo il lato cinico dei mercati, orientato più al “mordi e fuggi”.
Le società dell’area emergente hanno accumulato negli ultimi anni un ingente debito in dollari, grazie ai tassi azzerati negli Usa. Questo significa che va tutto bene finché gli Usa mantengono bassi i tassi, ma se la Fed iniziasse ad alzarli – manovra che innescherebbe anche una rivalutazione contestuale del dollaro (ieri l’euro ha chiuso sotto 1,13 dollari) – il debito in dollari di questi Paesi aumenta. L’attuale situazione è paradossale perché gli Usa fanno fatica ad alzare i tassi (anche) perché temono conseguenze sul debito in dollari dei Paesi emergenti. Ma non appena annunciano un rinvio della stretta cosa fanno gli investitori? Finanziano l’area emergente per lo scampato pericolo, andando a collocare liquidità in un’area che offre tassi migliori che altrove. Ma così facendo si rischia di alimentare una bolla che ormai si è creata, e tutti sanno che esiste, anche se non è ancora scoppiata.

Vito Lops

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