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Media e automotive, è qui che vuole lavorare oltre un italiano su due

C’è chi ha lavorato di meno e chi di più. C’è chi è stato messo in cassa integrazione. C’è chi ha perso il posto, nonostante il blocco dei licenziamenti che ha tutelato l’occupazione a tempo indeterminato, ma non il lavoro autonomo o a termine, su cui urge una revisione strutturale del tema delle causali. Se proviamo ad ascoltare la voce dei lavoratori il Covid 19 ha cambiato concretamente le condizioni di lavoro del 49% dei dipendenti italiani. O meglio, dice Marco Ceresa, amministratore delegato di Randstad, «ha accelerato dei trend già chiari», come emerge dallo studio sull’employer brand che ha coinvolto 190mila dipendenti di 6.493 imprese di 34 paesi nel mondo. Di questi 6.581 sono italiani e pensando al post pandemia hanno sentimenti molto meno lineari del passato. Quasi un terzo (30%) teme di perdere il posto di lavoro, uno su cinque (il 21%) vuole cambiare posto di qui a fine anno e a influenzare maggiormente le sue scelte saranno le condizioni che verranno offerte dal datore di lavoro. Il 39% dice di voler continuare a fare smart working.

«Per le aziende che vogliono attirare e avere i migliori talenti è importante capire l’umore delle persone che chiedono misure di conciliazione vita-lavoro, un clima aziendale sereno e produttivo, che passa dall’attenzione alla salute e sicurezza, ma anche da relazioni umane serene. Le nuove generazioni sono soprattutto attratte da contesti professionali dove sia piacevole stare», spiega Ceresa. Se andiamo a vedere la top five dei criteri che guidano la scelta del datore di lavoro il posto fisso e la carriera scivolano in fondo alle priorità. Al primo posto troviamo un buon work life balance, al secondo l’atmosfera di lavoro piacevole, al terzo la retribuzione e i benefit interessanti, al quarto la sicurezza del posto di lavoro e poi al quinto la visibilità del percorso di carriera. «La mia generazione ha scelto guidata dal faro della sicurezza del posto e della carriera, senza mai dire di no a richieste di viaggiare ed essere disponibile sempre. Per i baby boomers era importante il sentiero di carriera chiaro. Vent’anni fa chi lavorava in banca, anche se il clima di lavoro non era piacevole, non avrebbe mai cambiato posto perché al primo posto c’era la sicurezza che prevaleva su tutto. Oggi non è più così e questo si riflette anche sui settori».

Al primo posto per attrattività ci sono i media, citati dal 64% dei lavoratori, al secondo l’automotive con il 63%, al terzo la logistica con il 58%, a pari merito con beni di largo consumo e aeronautica. Per tutti avere una buona reputazione è cruciale perché «il 50% dei candidati non lavorerebbe mai, anche in caso di aumento di stipendio, per un datore di lavoro con una cattiva reputazione – sottolinea Ceresa -. Il nostro osservatorio ci dice che le imprese con un employer brand forte hanno tempi di assunzione di due volte più veloci». Il canale prevalente per la ricerca di un nuovo lavoro sono i contatti personali, adottati da un terzo degli italiani (32%), seguito dalle agenzie per il lavoro (23%) e da LinkedIn (20%). A migliorare l’employer brand sembra che in futuro ci sarà anche lo smart working. A farlo, durante la pandemia è stata la metà dei lavoratori coinvolti nella ricerca. Uno su tre ha lavorato in maniera ibrida, mentre il 18% da remoto. Guardando avanti lo smart working attira: il 39% di chi ha partecipato alla ricerca dice infatti che vuole continuare a farlo.

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