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Meccanica, patto Italia-Germania

L’Emilia-Romagna ha cementato ieri il primo mattone della piattaforma meccanica europea. Un unico sistema integrato tra l’industria italiana e quella tedesca, «perché la sfida oggi non è tra Paesi europei ma con le altre macroaree mondiali e pur nelle differenze Italia e Germania restano le due protagoniste del manifatturiero europeo e hanno un problema e un obiettivo comune di riposizionamento sui mercati globali. Dobbiamo lavorare assieme per incidere sulle politiche industriali comunitarie cogliendo la straordinaria opportunità del semestre di presidenza italiana dell’Unione», spiega Maurizio Marchesini, presidente di Confindustria Emilia-Romagna, aprendo i lavori del meeting italo-tedesco che si è svolto ieri a Bologna. Un incontro tra i massimi esponenti dell’imprenditoria meccanica emiliana e i vertici della Bdi, la Confindustria tedesca, per trasformare l’interscambio di competenze e know-how in un progetto strategico.
«Questo è solo il primo passo che ci traghetterà al forum bilaterale di ottobre a Bolzano con il cancelliere tedesco – sottolinea il vicepresidente di Confindustria Alberto Baban – e il seme del primo ecosistema di business europeo, dove la Germania porta la sua capacità di stare sui mercati globali e l’Italia la flessibilità, la creatività, il design delle sue Pmi. Sarà la prima piattaforma del made in Europe, l’integrazione tra due sistemi complementari che mantengono distintività e originalità proprie». Parole che il direttore operativo di Bdi, Matthias Kraemer, traduce con il pragmatismo tedesco in step concreti «per tutelare a Bruxelles le filiere industriali del nostro valore aggiunto, a partire da una politica energetica e da un cambio euro-dollaro meno penalizzanti fino alla formazione di competenze adeguate alla manifattura 4.0, perché non troviamo personale qualificato».
Problemi comuni in due contesti profondamente distanti, nota l’ambasciatore tedesco in Italia Reinhard Schaefers (artefice con Confindustria del meeting bolognese) che sollecita l’Italia a portare avanti le riforme – burocrazia, fisco, mercato del lavoro – necessarie a ridurre il gap competitivo con la Germania e ad avvicinarsi all’obiettivo Ue del 20% di Pil dal manifatturiero entro il 2020 (la Germania è già al 22,4, noi al 16%). «Industria tedesca e italiana hanno bisogno l’una dell’altra – ribadisce Marchesini – perché mentre la produzione mondiale cresceva del 36% tra 2000 e 2013 e il peso manifatturiero della Cina passava dall’8,3 al 30,3% su scala globale, l’industria europea ha perso l’1% dei livelli produttivi. E anche la Germania pur aumentando nel periodo del 23,7% i volumi (-25% in Italia) ha ridotto il suo peso sui mercati». A fare da collante ci sono le affinità di un manifatturiero emiliano che sta spostandosi nei segmenti a medio-alta tecnologia (dove lavora il 60% degli addetti industriali, un dato in linea con regioni come la Baviera), fortemente orientato all’export (la Germania è il primo partner commerciale) e di grande appeal per gli investimenti esteri: sono 144 le imprese emiliane a partecipazione tedesca (a partire da Lamborghini e Ducati, visitate dalla delegazione italo-tedesca) e 260 le società in Germania con capitale emiliano-romagnolo.
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