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Meccanica di nuovo in caduta

Continua la stagnazione dell’industria metalmeccanica. «Dopo la fase recessiva che si è protratta fino alla primavera del 2013 l’attività produttiva del settore metalmeccanico si conferma ancora debole». È la fotografia che emerge dall’analisi congiunturale di Federmeccanica per il secondo trimestre dell’anno. «Non si intravedono a breve segnali di un superamento della stagnazione che, in una alternanza di andamenti di segno opposto, sta caratterizzando il settore da circa 18 mesi». Pesa la debolezza della domanda interna e anche per il prossimo trimestre non si prospettano inversione di tendenza considerevoli: ci sarà un parziale miglioramento del portafoglio ordini, ma continuano a prevalere i giudizi negativi. E soprattutto si prevede un calo dell’occupazione da qui a fine anno.
Guardando i dati, il secondo trimestre del 2014 ha avuto un andamento negativo con una contrazione dei volumi dell’1,6% rispetto al primo trimestre e dell’1,9% rispetto all’analogo periodo dell’anno precedente. La perdita complessiva è stata di oltre 31 punti percentuali rispetto al periodo pre-recessivo, per una ricchezza prodotta scesa del 18 per cento. Gli attuali livelli di produzione sono in linea con quelli di inizio 2013.
«Il dato positivo è che il secondo trimestre 2014 e forse anche il terzo trimestre segneranno il punto più basso. Stiamo registrando segnali di fiducia, per esempio la ripartenza dell’export verso la Germania. Si può invertire la tendenza, a patto che tutti facciano la propria parte, imprese, governo e sindacati. Con il sostegno delle banche: la mancanza di liquidità è un problema vero», ha detto Alberto Dal Poz, vice presidente di Federmeccanica, che ha rilanciato il reshoring, cioè la necessità di riportare all’interno le produzioni industriali, sull’esempio degli Stati Uniti, ed ha sollecitato una politica industriale.
Servono le riforme strutturali, una riforma del mercato del lavoro che passi attraverso una maggiore flessibilità e politiche attive efficaci. Anche il fisco pesa in un modo esagerato: «bisogna alleggerire l’insostenibile carico fiscale», ha detto il direttore generale Stefano Franchi, che ha sottolineato il peso nel paese dell’industria metalmeccanica: l’8% sul valore del pil nazionale, il 40% del pil dell’industria, il 50% dell’export viene dal mondo metalmeccanico, così come quei 30 miliardi di attivo della bilancia commerciale.
L’industria metalmeccanica, quindi, è il cuore di quel manifatturiero che è motore dell’economia e quindi della crescita e dell’occupazione. È proprio il lavoro il nocciolo dei problemi: dall’indagine congiunturale, come ha spiegato Angelo Megaro, direttore del Centro studi, emerge un ridimensionamento degli addetti, con un calo dell’1% nei primi sei mesi del 2014 rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente, nelle aziende con oltre 500 addetti. Il trend proseguirà anche nel prossimo semestre, mentre dall’inizio della crisi il decremento è stato di oltre 230mila unità. In parallelo, sono aumentate dell’1,2% le retribuzioni di fatto: «è sempre più urgente il tema del collegamento tra salari e produttività», ha detto Dal Poz. Segnali di miglioramento ci sono sulle esportazioni: +1,7% nei primi cinque mesi dell’anno, con i +4,8% verso la Germania, +18,5% verso la Cina e +9,5% verso gli Usa.

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