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Mazzucato “Ora uno Stato imprenditore che decida dove investire”

ROMA — «L’Italia deve tornare presto alla normalità per quel che riguarda le scuole, il lavoro, il tempo libero. Ma per l’economia non deve avere come obiettivo la situazione di prima, perché quella situazione era ricca di difetti. Lo Stato deve dare aiuti alle imprese subito, perché è ora che ne hanno bisogno, ma deve legarli a condizioni molto chiare. È una grande occasione per cambiare le cose». Mariana Mazzucato insegna all’University College London ed è celebre per le sue tesi sul ruolo dello Stato nell’economia. Oggi è tra l’altro consulente economica per il presidente del Sud Africa e sta lavorando con il Covid-19 Response Team del Vaticano. In Italia il premier Giuseppe Conte l’ha chiamata qualche settimana prima dell’emergenza Covid-19 per aiutare a disegnare lo sviluppo industriale del Paese, volendola poi anche nella task force dei 17 esperti guidata da Vittorio Colao che si deve occupare della cosiddetta “Fase 2”.
Con la task force che cosa state disegnando per il futuro dell’Italia?
«Quello della task force è per ora un lavoro focalizzato soprattutto sul breve periodo: facciamo proposte su come gestire le riaperture e poi il governo decide. Più interessante ancora è per me pensare alle prospettive a medio lungo termine del Paese e all’occasione che abbiamo per trasformare l’economia italiana, cosa che peraltro si lega alla ragione per la quale Conte mi ha chiamato a febbraio».
Come deve muoversi lo Stato?
«A livello europeo ho lavorato all’approccio “mission oriented”, cioè all’importanza di indirizzare gli investimenti pubblici e privati verso aree che possano catalizzare innovazioni a livello intersettoriale per affrontare questioni che vanno dalla crescita verde all’invecchiamento della popolazione. Si tratta di avere uno Stato con un ruolo catalizzatore con l’obiettivo di intercettare e indirizzare gli investimenti. In Italia, il problema è che la maggior parte delle imprese soffre di una certa inerzia e negli anni abbiamo perso grandi attori in grado di guidare le filiere produttive. Dunque, è il momento di attuare una politica industriale decisa che utilizzi gli aiuti pubblici per un cambio di direzione quanto mai necessario».
A che cosa pensa esattamente?
«In primo luogo a tutti i temi della “green economy”, ma anche ad aspetti di politica fiscale. In queste settimane, ad esempio, in Austria gli aiuti alla compagnia di bandiera sono legati all’impegno a ridurre le emissioni di anidride carbonica e la Danimarca ha deciso che non darà aiuti alle imprese che hanno sede dei paradisi fiscali».
In un’emergenza si possono fare davvero queste distinzioni?
«Ma io non dico che le imprese debbano convertirsi subito a una politica di riduzione delle emissioni o a qualche altro impegno. Per ora le si aiuta, mettendo fra le clausole che rispetteranno alcune regole, per esempio su come e cosa investire. È chiaro poi che il tavolo delle trattative per le condizionalità dovrà avere elementi diversi, a seconda delle specificità settoriali e del tipo di azienda (grande o piccola, privata o a partecipazione statale).
Ma in Italia dove dovrebbe andare questa politica di indirizzo?
«Spetta a ogni governo decidere, ma certo ci sono temi che sono sotto gli occhi di tutti: la necessità di andare sempre più verso una “green economy”, il divario tra Nord e Sud da ripianare, il divario digitale sia da un punto di vista sociale (tra individui) che economico (tra imprese), la piccola dimensione delle imprese che rischiano di non poter resistere a urti sociali e tecnologici.
Oggi lo Stato dà già molto alle aziende, ma sempre sotto forma di sussidi e incentivi a pioggia per cercare di risolvere fantomatici fallimenti di mercato. Invece serve un ruolo imprenditoriale dello Stato, che agisca in simbiosi con le imprese, indirizzando e coordinando investimenti e iniziative e che dimostri di avere una strategia, una visione di quale economia vogliamo».
Una posizione che le attirerà ancora una volta accuse di neostatalismo e di marxismo…
«Penso che lo Stato debba interagire con le imprese prendendo i suoi rischi come investitore ma ricevendo anche i suoi utili se le imprese, come è augurabile, fanno profitti e li reinvestono in crescita e innovazione. E che debba individuare quali siano le attività prioritarie per il Paese, come del resto stiamo vedendo in questo momento tragico quando si parla di “servizi essenziali”, primo fra tutti la sanità ed i suoi operatori. Non abbiamo mai sentito parlare di loro come “creatori di valore”, come spesso si è detto invece dell’industria finanziaria. Ma tutto dipende da come misuriamo la produttività e il valore. Se in termini solo monetari oppure no».
La burocrazia italiana, non nota per la sua efficienza, riuscirebbe a prendere questo ruolo direttivo?
«L’estensione del golden power a una serie di settori considerati strategici va nella giusta direzione, così come aver dotato la Cdp di fondi per intervenire nelle aziende in crisi. Avere un “capitale paziente”, che stia nelle imprese e non spinga per risultati immediati, come spesso fanno gli investitori finanziari, è cruciale per far crescere un Paese e limitare la finanziarizzazione del sistema produttivo. Ma certo, bisogna investire anche sulla macchina pubblica: ci vogliono meno società di consulenza e più capacità di rendere più competente, dinamica e sicura del suo ruolo la pubblica amministrazione. È tempo di riscoprire che la nostra economia ha tutto da guadagnare da uno Stato imprenditore. I Paesi che hanno risposto meglio alla crisi pandemica come Germania e Corea ne sono una prova lampante».
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