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May «tiene in ostaggio» i cittadini Ue Niente garanzie nei due anni post Brexit

I cittadini europei tornano pedine di scambio nella partita della Brexit. La premier britannica Theresa May ha sfidato le ire di Bruxelles affermando che chi arriverà nel Regno Unito dopo il 29 marzo 2019, data dell’uscita dalla Ue, non potrà godere degli stessi diritti di chi si trova già lì in precedenza. I 27 chiedono invece che durante il successivo periodo di transizione di circa due anni, necessario per consentire alle aziende di adattarsi alla nuova situazione, tutto rimanga invariato: quindi non solo la libera circolazione, ma anche piene garanzie per chi arriva in quella fase, compreso il diritto di stabilirsi in via permanente.

La May non ha fatto mistero di avere un punto di vista diverso: mentre ha riconosciuto che chi è già in Gran Bretagna ha «determinate aspettative» e otterrà piene garanzie, «per quelli che arriveranno dopo il marzo 2019 sarà diverso, perché giungeranno in un Regno Unito che sarà già fuori dalla Ue». E in ballo ci sono cose fondamentali: dall’accesso alla scuola alla sanità, dagli assegni familiari al ricongiungimento dei parenti.

«Tutto questo sarà oggetto di negoziati», ha detto la premier. Il che vuol dire che tutto dipenderà dalla trattativa complessiva sui rapporti futuri tra Londra e Bruxelles: in una prima fase si devono stabilire i termini della transizione (che per gli europei è un pacchetto «tutto compreso»), poi si deve negoziare la relazione tra Gran Bretagna ed Europa nel dopo Brexit. E gli inglesi non hanno mai perso occasione di ricordare che «nulla è concordato finché tutto non è concordato»: il che vuol dire che nel caso in cui non si raggiungesse un accordo amichevole anche i diritti di chi è già in Gran Bretagna, fissati in via preliminare lo scorso dicembre, potrebbero essere rimessi in questione.

La questione dell’immigrazione va a toccare un nervo scoperto: una delle ragioni principali del voto a favore della Brexit è stata la volontà di riprendere il controllo delle frontiere. E «Migration Watch Uk», un gruppo di pressione, ha affermato che se non si mette alcun freno, durante il periodo di transizione arriverebbe in Gran Bretagna un altro milione di persone. Il governo di Londra aveva già da tempo annunciato che intendeva procedere alla registrazione dei nuovi arrivati dopo il marzo 2019: una prassi non in contrasto con la normativa europea, ma che in una fase successiva potrebbe consentire di limitare i permessi di lavoro e di residenza.

La mossa della May ha un duplice aspetto, esterno ed interno. Nei confronti di Bruxelles, è un tentativo di giocare una delle poche carte rimaste in mano, dopo che finora i negoziati si sono risolti in una sostanziale capitolazione dei britannici. Londra punta a ottenere un accordo «su misura» che salvaguardi l’accesso della City ai mercati continentali, mentre gli europei sono orientati a offrire solo un trattato di libero scambio ridotto all’osso, sul modello canadese.

Ma ancora più importante è la partita interna. L’irrigidimento sull’immigrazione è un boccone gettato agli euroscettici, che nelle ultime settimane hanno ripreso ad alzare la voce in maniera preoccupante. Gli zeloti della Brexit denunciano la riduzione della Gran Bretagna a «Stato vassallo» della Ue durante una transizione che replichi in tutto e per tutto lo status quo ed evocano il fantasma della «Brino», ossia Brexit in name only (una Brexit solo nominale). Questo gruppo conta su almeno 60 deputati ed è potenzialmente in grado di defenestrare la premier, la quale è però sotto pressione anche da parte dei filoeuropei, che spingono per una Brexit il più «morbida» possibile.

La situazione di stallo l’ha riassunta lo Spectator , uscito ieri con lo strillo di copertina: «Prendi la guida o lascia». L’ora delle scelte si avvicina.

Luigi Ippolito

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