Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

May sbatte contro il muro Ue Brexit, l’incubo del non- accordo

A che cosa porterà il doloroso porta-a-porta di Theresa May in Europa? A molto rumore per nulla, quasi certamente. La premier britannica ieri ha incontrato in un sol giorno la cancelliera tedesca Angela Merkel, il premier olandese Mark Rutte, il presidente del Consiglio europeo Donald Tusk e quello della Commissione Ue Jean- Claude Juncker. Oggi andrà a Dublino dal premier Teo Varadkar, poi tornerà a Bruxelles per il Consiglio Ue di domani. Tutti hanno detto o diranno la stessa cosa: «Vogliamo aiutare gli amici britannici. Ma l’accordo sulla Brexit non si tocca » . Raramente l’Europa si è mostrata così unita negli ultimi anni.
Il vero problema dei negoziati
La premier britannica non ha una maggioranza in Parlamento per approvare l’accordo raggiunto con l’Europa a novembre dopo due anni di negoziati. Ha una voragine di voti ( almeno cento) soltanto nel suo partito conservatore per un motivo principalmente: il ” backstop”, ossia un regime speciale per l’Ir-landa del Nord, che rimarrebbe in una sorta di mercato comune europeo — e il Regno Unito nell’unione doganale — fino a quando non verrà trovata una soluzione a lungo termine. Il tutto per evitare il ritorno di un confine duro tra Belfast e la Repubblica d’Irlanda, col rischio di nuove tensioni sull’isola.
Il backstop è un problema per i ” brexiters” per tre ragioni: 1) Londra non può rescindere unilateralmente da questo regime una volta innescato e inoltre si tratta di un meccanismo che resterebbe in vigore ” indefinitamente” fino a una soluzione definitiva sulla questione irlandese, dunque teoricamente anche all’infinito. 2) rischierebbe di spaccare il Regno Unito, perché se si vuole lasciare il confine fluido tra le due Irlande, una sorta di frontiera andrà messa per forza di cose tra Irlanda del Nord e Gran Bretagna; 3) in questo modo, Londra potrebbe rimanere indefinitamente incastrata nell’Europa.
Che cosa vuole ottenere May
All’Europa May chiede principalmente due cose, entrambe molto complicate. Primo: una sorta di appendice scritta all’accordo di novembre in cui venga sottolineata la ” temporaneità” del backstop. Difficile, perché per l’Europa il backstop è una questione imprescindibile ed è impossibile che cederà all’ultimo minuto. L’unico spiraglio possibile, raccontano fonti di Bruxelles, sarebbe una dichiarazione esplicativa (ma non vincolante) dell’Ue in cui potrebbe essere scritto che l’intenzione è quella di ricorrere al backstop solo se necessario, un po’ come si fece con l’Olanda sul referendum del partenariato con l’Ucraina nel 2016. Niente di più: il testo non si modifica. La seconda richiesta di May è ancora più spavalda: far votare al Parlamento britannico l’introduzione effettiva del backstop a fine 2020 (quando finirebbe il periodo di transizione) e sottoporlo alla sua revisione ogni anno per il suo eventuale rinnovo. Qualcosa di assolutamente inaccettabile per l’Ue che vuole proteggere la pace in Irlanda (fondata sull’apertura del confine tra Belfast e Dublino) e lo stesso Eire in quanto stato membro.
Quali speranze ha la premier
Quasi nulle. May, il cui ragionamento è “torno in Parlamento e dirò che ho fatto il possibile”, rientrerà oltremanica con un pugno di mosche e le sue palliative ” concessioni” strappate all’Europa non convinceranno neanche uno dei conservatori ribelli a votare il suo piano. Non solo: a Westminster cresce la sensazione che la premier abbia organizzato questa ” pantomima” del “viaggio della disperazione” a Bruxelles solo per salvare poltrona e carriera politica. Non a caso, ieri a Westminster sono tornate a circolare pericolosamente le voci della mozione di sfiducia per May come leader dei Tories da parte dei congiurati del suo partito, che sarebbero di nuovo vicini alla soglia delle 48 firme. In Parlamento, invece, Corbyn per adesso ha stoppato una mozione di sfiducia per May premier: ” Non è il momento. La faremo quando saremo sicuri che cadrà”.
Le due ipotesi più radicali
Quel che è certo è che May prima del 21 gennaio vuole ripresentarsi alla Camera dei Comuni con il suo accordo, probabilmente modificato in una minima parte. La premier giocherà le sue ultime carte sull’ansia e il terrore del No Deal, cioè l’uscita brutale e forse catastrofica di Londra dall’Unione Europea se non ci sarà accordo prima del 29 marzo. Ma è quasi impossibile che il suo piano passi. A quel punto può succedere di tutto: elezioni anticipate ( Corbyn le vuole a tutti i costi), cambio di leadership e premiership del partito conservatore (senza andare al voto). Ma le due ipotesi più realistiche al momento sono anche le più radicali: il No deal, appunto, e un nuovo referendum, se ci fosse una maggioranza in Parlamento a sostenerlo (i sostenitori crescono).
Perché il No Deal è più vicino
Perché il Regno Unito non ha, al momento, alcuna maggioranza: né per il piano May, né per sfiduciare la premier, né per andare a nuove elezioni, né per un referendum. Ieri la ministra per l’Europa francese Nathalie Loiseau ha detto che il Parlamento di Parigi ha votato nella notte ulteriori misure speciali in caso non ci fosse il No Deal. Il ministro degli Esteri irlandese Simon Coveney è andato oltre: ha dichiarato che Dublino sta accelerando il reclutamento di circa mille nuovi agenti di frontiera qualora il 29 marzo 2019 il Regno Unito uscisse brutalmente dall’Unione Europea. La stessa May ha confermato che Londra sta già implementando nuovi piani per il No Deal e ha detto all’Ue che il sistema bancario verrà giù se Bruxelles non darà una mano a Londra. La sterlina ieri è affondata ancora: dopo il referendum del 2016 ha già perso il 25% rispetto al dollaro. C’è un’altra alternativa, anch’essa estrema: rinunciare alla Brexit dopo due anni di negoziati drammatici, come ha chiesto ieri il premier irlandese Varadkar. L’ultima beffa per May, oramai appesa a un filo.

Antonello Guerrera

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Primo giorno di lavoro in proprio per Francesco Canzonieri, che ha lasciato Mediobanca dopo cinque a...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

 Un passo indietro per non sottoscrivere un accordo irricevibile dai sindacati. Sarebbe questo l’...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Doveva essere una Waterloo e invece è stata una Caporetto. Dopo cinque anni di cause tra Mediaset e...

Oggi sulla stampa