Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

May, l’ultima umiliazione Brexit piomba nel caos totale

Dopo pranzo, sotto lo sguardo tirato del suo elegante marito Philip in platea e dei suoi logori portavoce, Theresa May si alza e inizia a parlare. Davanti a sé, sulla cattedra della Camera dei Comuni britannica, ha un sacchetto viola, un bicchiere d’acqua e una confezione di pasticche. La premier ha la voce rauca, corrosa dallo sforzo dei negoziati dell’ultim’ora di lunedì sera a Strasburgo, sventolati troppo trionfalisticamente nella notte, un po’ come il foglietto di Chamberlain. La premier britannica difende con le sue poche forze l’accordo sulla Brexit che sta covando da mesi ma che il Parlamento rimbalza: «Se non lo approvate, potrebbe saltare per sempre la Brexit», è l’ormai stanca minaccia. Da tempo May crede che l’aut-aut «o il mio piano o la catastrofe del No Deal», cioè la temuta uscita dall’Ue senza accordo oltre il 29 marzo, alla fine farà leva sulla maggioranza dei parlamentari. Ma non è così. A 16 giorni dal baratro dell’addio brutale all’Europa, arriva l’ennesima umiliazione di May. 391 voti contro, 242 a favore. Non è una disfatta epica come quella del 15 gennaio scorso, quando May era andata sotto di 230 voti, mai visto nella politica britannica. Una ventina di ribelli conservatori è passata dalla sua parte. Ma non basta.
“Fallisci ancora, fallisci meglio”, diceva il drammatrurgo Samuel Beckett. Dopo la Brexit, questo motto si è impossessato della politica britannica, oramai preda di un sonnambulismo che giorno dopo giorno diventa sempre più pericoloso. Non a caso ieri sera la Confindustria britannica ha sbottato: «Ora basta, questo è l’ultimo giorno di questo circo , ci vuole un accordo trasversale». Impossibile al momento, perché la premier e lo sfidante Corbyn si odiano. Dopo la seconda disfatta in poche settimane, May ieri sera si è rialzata dalla sua panca in Parlamento per ribadire che lei non si dimette, che oggi lascerà mani libere ai suoi colleghi conservatori nel voto sulla mozione del No Deal, che molto difficilmente passerà in Parlamento ma per il quale «i preparativi proseguono». Domani invece sarà la volta dell’aula sulla richiesta di estensione proprio della scadenza del 29 marzo, che oramai pare inevitabile. Poi potrebbe succedere di tutto: nuove elezioni, sfiducia per May, riesumazione del piano della premier con ulteriori ma impossibili concessioni dall’Europa oppure il pericolosissimo No Deal.
Ieri la giornata di May era iniziata malissimo, “tradita” dal suo stesso attorney general, cioè il massimo legale del governo, Geoffrey Cox. Il quale, dopo aver negoziato per giorni con le autorità europee, ha lodato le ultime modifiche «legalmente vincolanti » ottenute dall’Europa sul piano di uscita (concordato con May lo scorso novembre) e sul backstop irlandese, ossia la clausola dell’Ue sull’Irlanda del Nord bloccata nell’unione doganale fino a quando non verrà trovata una soluzione definitiva sul confine irlandese post Brexit. Questo per preservare la l’assenza di frontiera tra Belfast e Dublino, oltre al mercato unico europeo: «L’Irlanda del Nord non rimarrà bloccata nell’Ue», ripeteva paonazzo il pingue e baritonale Cox, poeta mancato e devoto a T. S. Eliot, «l’Europa si è impegnata a trovare soluzioni alternative entro il dicembre 2020, ci hanno concesso una dichiarazione unilaterale che prevede un arbitrato indipendente in caso di cattiva fede dell’Ue in Irlanda del Nord». Ma poi, incalzato dalle domande dei parlamentari, ha ammesso: «Il rischio di backstop permanente è solo diminuito, non eliminato. E non abbiamo facoltà di rescinderlo unilateralmente ». Stop (senza back), fine. In quel momento, si sono sbriciolate tutte le fragili speranze di convincere i ribelli conservatori a tornare alla base.
Nel caos ormai quotidiano del Regno Unito, May resiste anche se è sempre più sfiduciata e le richieste di dimissioni nel governo cresceranno. Mentre Corbyn insiste nel non volere chiedere un secondo referendum perché il suo primo pensiero è andare a elezioni anticipate e coronare il suo sogno a Downing Street. Intanto la sterlina crolla, il Paese è sempre più spaccato, l’Occidente idem e ieri è arrivata la rivendicazione dei piccoli pacchi bomba di Londra della settimana scorsa: è un gruppo che si definisce “Ira”. Segno che la questione irlandese è ancora più complicata del backstop e la Brexit potrebbe renderla pericolosa.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Sarà un’altra estate con la gatta Mps da pelare. Secondo più interlocutori, l’Unicredit di And...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

«La sentenza dice che non è possibile fare discriminazioni e che chi gestisce un sistema operativo...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Un nuovo “contratto di rioccupazione” con sgravi contributivi totali di sei mesi per i datori di...

Oggi sulla stampa