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May è la nuova premier “L’uscita dall’Unione sarà un successo”

Le primarie per la successione di David Cameron si trasformano in un’incoronazione. Theresa May, ministra degli Interni, la favorita della contesa, diventa domani il 76esimo primo ministro della storia britannica, il tredicesimo nominato dalla regina Elisabetta, senza bisogno di ulteriori votazioni: la sua ultima avversaria, Andrea Leadsom, ministra dell’Energia, abbandona a sorpresa la corsa, affermando che altri due mesi di campagna elettorale sono «altamente indesiderabili ». Sorvola sulla vera ragione del ritiro: il suo imbarazzo per un’intervista in cui affermava che «la May ha nipoti e parenti, ma io ho dei figli, perciò capisco meglio le esigenze del paese». È l’ennesimo colpo di scena, l’ennesimo personaggio che si fa da parte in due settimane, dopo le dimissioni di Cameron, il passo indietro di Boris Johnson, il ritorno a vita privata di Nigel Farage, tutti travolti, per un motivo o per l’altro, dallo tsunami di Brexit. Così, invece che aspettare fino al 9 settembre come previsto per sapere chi sia il nuovo inquilino di Downing street, il cambio della guardia al vertice del Regno Unito subisce un’impressionante accelerazione.
Stamane Cameron conduce l’ultima riunione di governo. Domattina a mezzogiorno il premier uscente affronta per l’ultima volta il dibattito con l’opposizione in Parlamento, quindi va a rassegnare ufficialmente le dimissioni, peraltro annunciate all’indomani della sua sconfitta nel referendum, a Buckingham Palace. Uscito lui, dalla sovrana arriverà la May, che subito dopo entrerà a Downing street, sua nuova casa- e-bottega, nei panni di primo ministro. Il comitato direttivo dei Tories ha concordato i tempi del passaggio di consegne, nel rispetto dei regolamenti: la ministra degli Interni è l’ultima candidata in lizza per la leadership del partito conservatore, dunque non c’è bisogno di fare votare i 150 mila iscritti. Per farla diventare capo del governo, sono state sufficienti le prime tappe delle primarie, due votazioni ristrette ai soli parlamentari: che hanno ridotto i candidati da cinque a tre, poi da tre a due. E infine ne è rimasto uno. «Adesso dobbiamo fare tre cose», dice Theresa May davanti al palazzo di Westminster. «Brexit, e sarà un successo; unire un paese diviso dal referendum; e costruire insieme una Gran Bretagna migliore per tutti ». Non spiega in che modo avverrà l’uscita dalla Ue e nemmeno in che tempi. Non si sa quando invocherà l’articolo 50, spada di Damocle che dà il via alla secessione dall’Europa facendo partire un conto alla rovescia di due anni per completarla. Nessun accenno a come condurrà il negoziato con la Ue, inclusa la questione dei diritti di 3 milioni di cittadini europei (fra cui mezzo milione di italiani) residenti nel Regno Unito. Prima dovrà formare il governo. E forse avere qualche colloquio con gli altri leader del continente, magari cominciando da Angela Merkel: per vedere se, fra due donne, c’è più “chimica”.
Il partito laburista chiede elezioni anticipate: Theresa May è stata “eletta” dal voto di 199 deputati conservatori, un po’ poco per una nazione di 60 milioni di abitanti. Le regole consentono la successione anche così, almeno per il momento: sarà la salute dell’economia, già traballante dopo la scossa del referendum, a fare cambiare eventualmente piani e rimandare il paese alle urne. Davanti al 10 di Downing street, Cameron fa i complimenti alla sua erede, annunciando che “entro mercoledì sera” la Gran Bretagna avrà un nuovo premier. Mentre rientra verso il portone, i microfoni della Bbc lo sentono canticchiare un motivetto e poi dire: “Right”. Giusto, okay, bene. Forse ha anche lui fretta di andarsene.
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