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May disegna la City del dopo-Brexit

Il premier britannico Theresa May non esclude la possibilità che il Regno Unito possa «pagare» per avere accesso al mercato unico europeo, anche dopo che si sarà consumato il divorzio della Brexit. E il cancelliere dello scacchiere Philip Hammond esorta a guardare molto oltre la semplice possibilità di raggiungere un accordo di libero scambio come quello che lega Ue e Canada.
A Davos, a margine di un intervento tutto concentrato sulle sfide e le opportunità generate dalle nuove tecnologie e sulla promozione del Regno Unito come ecosistema ideale per investitori e imprese, la May ha affermato che il suo Governo «vuole sviluppare un rapporto profondo e speciale» con gli ormai ex soci della Ue, raggiungendo «un ampio accordo commerciale».
L’accento è caduto su uno dei capitoli più delicati della separazione, quello dei servizi finanziari, vitali per l’economia britannica. «Ne riconosciamo l’importanza, ovviamente, e vogliamo assicurare che la City conservi il suo ruolo di centro finanziario globale», ha detto la May.
Molte banche d’affari hanno pianificato il trasloco del proprio quartier generale da Londra, puntando soprattutto su piazze come Francoforte e Dublino. Proprio ieri, l’amministratore delegato di JPMorgan, Jamie Dimon, ha detto a Davos che il suo gruppo potrebbe spostare dal Regno Unito più di 4mila dipendenti, nel lungo periodo, se i negoziati con la Ue dovessero concludersi senza un accordo e con l’esclusione di Londra dal mercato unico. Sarebbe lo scenario della hard-Brexit, quello più doloroso per tutti. Nel breve, ha detto Dimon, JPMorgan è pronta a spostare tra i cinquecento e i mille addetti dopo l’uscita formale del Regno Unito dalla Ue.
Le stime sul contraccolpo complessivo di una hard-Brexit per il settore finanziario britannico variano molto: secondo una ricerca condotta da Reuters a settembre, diecimila posti di lavoro cambierebbero di residenza, dicendo addio a Londra. Nel passato week end, il presidente francese, Emmanuel Macron, aveva suggerito che l’accordo con Londra potrebbe arrivare a coprire anche aspetti del capitolo dei servizi finanziari, a un prezzo però, sia esso finanziario o politico.
Sulla questione è intervenuto anche Hammond. Quando si tratta dei servizi finanziari nel dopo-Brexit, ha affermato, occorre trovare una soluzione che premi tutti, sia la City di Londra che l’Unione Europea. L’idea che un centro finanziario globale come la City possa essere ricreato in qualche altro posto, ha aggiunto, è una «fantasia». Hammond ha anche affermato che la Brexit è «irreversibile», cercando così di spegnere le voci di un possibile secondo referendum sull’accordo di “divorzio”. «Me lo hanno chiesto anche durante la mia recente visita a Berlino», ha riferito Hammond, non nascondendo di aver reagito con stupore: «Sarò chiaro: il Regno Unito lascerà l’Unione Europea il 29 marzo del 2019. Non si torna indietro da questa decisione. È la realtà» .
E sul futuro delle relazioni con la Ue, Hammond ha detto che «un trattato come quello con il Canada o la Norvegia non sarebbe la giusta soluzione, dobbiamo raggiungere risultati più ambiziosi di qualsiasi accordo di libero scambio mai siglato finora».
Per il negoziatore dell’Unione Europea, Michel Barnier, lo scenario più probabile del dopo-Brexit resta però un accordo di libero scambio sul modello di quello siglato con il Canada, che apre sui servizi bancari solo in una certa misura. La May si è mostrata comunque sicura che una soluzione possa essere trovata. Preservare la forza della City è una necessità inderogabile per il Governo britannico. Al tempo stesso, la premier deve anche evitare di deludere troppo i sostenitori della Brexit, che danno la priorità al ristabilimento completo della sovranità britannica e al ritiro dalla giurisdizione della Corte europea di Giustizia e che già sono molto delusi con quella che viene ormai dipinta come una Brexit solo di nome.

Gianluca Di Donfrancesco

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