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Maxi scoperta per Eni nel mare di Barents in tandem con Statoil

di Laura Galvagni

Eni si prepara a festeggiare una maxi scoperta nel mare di Barents. Contro le attese, considerato che ormai quel pezzo di mare a Nord della Norvegia viene considerato dai più in esaurimento, il pozzo esplorativo di Skrugard, sul quale il Cane a sei zampe (30%) opera in consorzio con Statoil (50%) e Petoro (20%), ha dato importanti segnali. In particolare, stando alle prime proiezioni, secondo quanto appreso da Il Sole 24 Ore, si ipotizza che da quelle acque si possano estrarre fino a 470mila boe (barili di olio equivalente) al giorno per un complessivo annuo di 7 miliardi di metri cubi di gas. Poco meno di quanto ogni anno assicura la Libia all'Italia, 8 miliardi di metri cubi di gas.

La scoperta, dunque, è doppiamente importante. Da un lato perché segna una netta inversione di tendenza rispetto a quello che era il trend più recente di abbandonare quella fetta del Mar Glaciale Artico perché ritenuta non più fruttifera. Dall'altro, il colpo messo a segno dall'Eni in tandem con Statoil tutela parzialmente il Cane a sei zampe dalle conseguenze della difficile situazione libica, paese nel quale, stando all'ultimo bilancio del colosso petrolifero, la produzione di idrocarburi si è ridotta dal livello di circa 280mila boe al giorno agli attuali 70-75mila boe/giorno, quasi tutte destinati, peraltro, alle esigenze locali. Tanto più che i primi dati di Skrugard vanno ben oltre le iniziali stime che ipotizzavano al massimo 220mila boe al giorno. Senza contare che, a quanto si apprende, si tratta con ogni probabilità, del più rilevante ritrovamento ad olio fino ad oggi mai effettuato nel mare di Barents. Considerato anche il fatto che quell'area potrebbe riservare un potenziale aggiuntivo. La licenza ad operare in quella zona consente infatti l'esplorazione di un altro sito distante pochi chilometri che sembra avere dimensioni simili. In più, altri pozzi di dimensioni minori sono presenti nella zona, il che potrebbe assicurare la realizzazione di un grande hub di produzione, con tutte le sinergie industriali che sarebbe possibile estrarre.

Sulla carta, dunque, per Eni si tratta di un colpo importante che arriva in una fase assai delicata per l'azienda (si veda altro articolo a pagina 6), che, sebbene continui a produrre utili, non lo fa più con la marcia degli anni passati, complice in parte un contesto economico e geopolitico difficile. Senza contare l'altalena di voci rispetto a possibili cambi al vertice che la tornata di nomine pubbliche ha alimentato e che, con ogni probabilità, si chiuderà con l'arrivo di un nuovo presidente e la conferma dell'amministratore delegato Paolo Scaroni.

Ecco perché Skrugard rappresenta un segnale importante, ancor più se inserito nell'attività esplorativa del gruppo. Attività che in quest'ultimo periodo e nei prossimi mesi si concentrerà soprattutto in Ghana e in Turkmenistan. Per quanto riguarda il Ghana è di pochi giorni fa l'annuncio che il gruppo ha raggiunto un accordo per rilevare il 35% degli interessi operativi nel blocco offshore di Keta, attualmente gestito da Afren. L'intesa deve ancora ricevere il via libera delle autorità locali ma rappresenta un ulteriore passo di Eni nel paese dove il Cane a sei zampe è rientrato nel 2009, dopo aver compiuto i primi passi addirittura negli anni '70.

Altro tassello cruciale, come detto, è rappresentato dal Turkmenistan, dove Eni è entrata nel 2008, a seguito dell'acquisizione di Burren Energy. Già a partire dal 2009 ha cercato di stringere ulteriormente il rapporto e la scorsa estate l'ad Scaroni e il presidente del paese Gurbanguly Berdimukhamedov hanno preso l'impegno ad esplorare tutte le possibili alternative per estendere la cooperazione a nuove iniziative.
 

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