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Maxi aumento Unicredit duello tra Mustier e i soci

Il gioco delle parti tra Jean Pierre Mustier e gli azionisti forti di Unicredit inizia a farsi duro. L’amministratore delegato francese, sempre più dominus nella partita di riassetto della banca – cantiere da una ventina di miliardi – continua a tenere alta l’asticella dell’aumento di capitale. Il quantum resterà segreto fino alla presentazione di dicembre, ma da un mese in banca girano stime di emissione, da lanciare a febbraio, fino a 13 miliardi di euro. Ieri l’ex banchiere di SocGen, con un passato anche nell’Unicredit di Alessandro Profumo, è stato sibillino nella sua prima vera presentazione dei conti: «Comunicheremo il 13 dicembre quale pensiamo sia il livello adeguato di Common equity tier 1. L’idea comunque è che dobbiamo avere un discreto cuscinetto sopra il minimo regolamentare ». Anche tale minimo, che la Bce comunicherà alla banca a giorni, sarà reso noto tra un mese a Londra. Per quest’anno era al 10%: ma anche il 10,82% di fine settembre – benché 29 punti base in più rispetto a tre mesi prima per la gestione migliore dei rischi – resta per mercato e vigilanza troppo vicino alla soglia.
Per questo Mustier sta «lavorando duramente alla revisione strategica», e vorrebbe sparare un colpo così forte sull’aumento che non serva a concedere dolorose repliche, come negli anni passati (o su Mps negli anni recenti). I soci storici però dietro le quinte guardano con qualche preoccupazione all’idea. Negli ultimi sei anni hanno perso molti miliardi su Unicredit, così le tasche in molti casi sono asciutte. In diversi prima di mettere altri soldi preferirebbero vedere la cessione brillante dei gioielli in vetrina, Bank Pekao e Pioneer. La controllata polacca potrebbe valere 3,5 miliardi, e altrettanto il gigante del risparmio gestito, che ha già cinque pretendenti tra cui le Poste. Vendere bene e subito le due controllate secondo qualche socio potrebbe aiutare a contenere, magari attorno a 10 miliardi, l’aumento in arrivo. Se invece questo fosse troppo grande – Unicredit vale 14 miliardi in Borsa, dopo il +2,8% di ieri – potrebbero diluirsi e di molto gli emiratini di Aabar (5%) e il blocco delle Fondazioni (circa 8% totale). Certo qualche azionista, specie gli enti o i privati Caltagirone e Del Vecchio (ormai accreditati di quote sotto l’1%), potrebbe ripetere quel che fece con l’aumento 2012, vendendo alcuni diritti per poi comprare solo una parte delle azioni spettanti. L’altro cardine del riassetto patrimoniale passa dall’operazione su 20 miliardi di crediti in sofferenza, che Unicredit ha trattato con Pimco, Cerberus e Fortress. Le ultime riunioni avrebbero fatto emergere l’opportunità strategica di vendere solo una minima parte di quei 20 miliardi ai fondi opportunistici, così da partecipare ai proventi della loro futura ristrutturazione. Tuttavia la cessione costringerà ad alzare gli accantonamenti su tutti i 20 miliardi: e serviranno soldi veri, stimati in almeno 3 miliardi dagli esperti. Altra grana nei rapporti tra Mustier e i soci: se la banca anticipa perdite su crediti per fare più utili futuri, chi si diluisce nell’aumento perde il treno. Questo preoccupa Aabar e le Fondazioni, certo non Capital Research, fondo Usa che ha il 6,7% ed è visto salire di quota. «Gestisco la banca senza alcuna interferenza da parte di nessuno, con buone relazioni con il cda», ha chiarito l’ad.

Andrea Greco

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