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Mattarella chiede alle toghe di fare la loro parte: no a protagonisti e burocrati

Chissà, forse pensa alla questione morale, riesplosa con gli scandali degli ultimi mesi. E di sicuro riflette anche sulla continua sovraesposizione mediatica di certe toghe, che rivendicano un improprio spirito missionario, o sugli alibi di altri colleghi che magari giustificano decisioni incomprensibili con il richiamo a una cavillosa e ottusa applicazione della legge (come se la legge non incidesse sull’esistenza concreta delle persone). Fatto sta che Sergio Mattarella, in risposta alle emergenze nel campo della giustizia, segnala alcune cose precise. Spiegando che, nonostante il coltivato cinismo e la pretesa assuefazione al peggio degli italiani, «il bisogno di legalità è fortemente avvertito nel Paese». E aggiungendo che, per rispondere con efficacia a quest’attesa, serve un impegno su tanti fronti, a partire da «un recupero di efficienza» della macchina giudiziaria.
Spetta soprattutto ai magistrati assicurarla, per il presidente della Repubblica. Con sforzi nuovi su almeno un paio di versanti. «Da un lato, competenza, mediante l’approfondimento e il confronto sugli orientamenti normativi e giurisprudenziali; dall’altro, profonda coscienza del ruolo e dell’etica della professione». Questi i «pilastri» su cui, «attraverso la formazione permanente, si regge la capacità del magistrato di svolgere il compito affidatogli dalla Costituzione…». Un compito che, puntualizza, non dev’essere «né di protagonista assoluto nel processo né di burocratico amministratore di giustizia». Poi, per farsi capire meglio, aggiunge che proprio quei «due atteggiamenti snaturano la fisionomia della funzione esercitata».
Un rischio che fu anticipato pure da Piero Calamandrei, di cui cita un avvertimento: «Il pericolo maggiore che in una democrazia minaccia i giudici è quello dell’assuefazione, dell’indifferenza burocratica, dell’irresponsabilità anonima».
È la prima uscita pubblica fuori Roma del capo dello Stato, altre ne farà lunedì e martedì tra Berlino e Bruxelles. Stavolta entra nel campo più delicato e infido della nostra vita pubblica e, dovendo inaugurare l’anno accademico della Scuola superiore della magistratura di Scandicci, si rivolge alle toghe. E, mentre il Parlamento è al rush finale per la legge sulla responsabilità dei giudici, non è poco quel che intanto raccomanda loro. Dunque, dopo aver ricordato l’importanza del progetto di formazione che ha sede qui e che è guidato da Valerio Onida, indica nella sfera di una «comune cultura giuridica europea» l’orizzonte al quale puntare. Ora, se si vuole stare decentemente in Europa anche per come amministriamo la giustizia, oltre che sulle «riforme legislative» in corso e sulle «strategie organizzative», è sulla «preparazione professionale» che bisogna lavorare.
Dice Mattarella: «Al magistrato si richiede una costante tensione culturale, che trova sì fondamento in studi e aggiornamenti continui, ma si nutre anche di una profonda consapevolezza morale della terzietà della funzione giurisdizionale, basata sui principi dell’autonomia e dell’imparzialità». Una sfida impegnativa, lo sa bene. Tanto più impegnativa «in un contesto di crescenti attese da parte dei cittadini, sempre più esigenti verso un servizio essenziale come la giustizia, chiamata a definire l’equilibrio tra diritti e doveri applicando le regole dettate dalla legge». Così, secondo lui «il controllo di legalità, per essere giusto ed efficace, impone percorsi formativi idonei a sviluppare nei magistrati la capacità di comprendere le dinamiche in corso nel mondo in cui operano, ponendo massima attenzione agli attori in gioco». Ed è proprio «l’alto livello di preparazione a rappresentare la struttura portante su cui si regge l’indipendenza della magistratura».
Non basta. «L’ordinamento della Repubblica esige che il magistrato sappia coniugare equità e imparzialità, fornendo una risposta di giustizia tempestiva per essere efficace, assicurando effettività e qualità della giurisdizione». La tempestività, ecco l’eterno problema di ogni italiano che entri in un’aula giudiziaria. Tocca alle toghe assicurarla, quando esercitano i loro poteri «in nome del popolo».

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