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Massiah A fianco delle aziende Ma loro pensino al patrimonio

Due facce della stessa medaglia. Banche e imprese singolarmente possono fare poco per battere la crisi. Devono interagire. Le banche fornendo credito, le imprese garantendo un maggiore livello di patrimonializzazione. Ne è convinto Victor Massiah, consigliere delegato del gruppo Ubi. 
C’è ancora un problema di capitale per le imprese industriali italiane?
«Il recentissimo Rapporto sull’Economia della Lombardia della Banca d’Italia evidenzia che il livello di indebitamento delle società lombarde, probabilmente quelle più ricche in Italia, è significativamente più elevato delle società di livello equivalente che si trovano in Europa. Il gap evidenzia due componenti, da una parte c’è la necessità di un capitale circolante maggiore, determinato dalla durata più elevata dei tempi di pagamento, dall’altra c’è un vero e proprio gap di capitale».
Questo che cosa significa?
«Che anche le aziende sane hanno un problema esogeno e uno endogeno. Il problema esogeno è che, nell’ambiente in cui operano, c’è un’abitudine a pagare in ritardo. Questo, aumenta la dimensione del capitale circolante, che è quello che mi serve dal momento della conclusione della produzione fino al pagamento della vendita. Il problema endogeno è che la dimensione della patrimonializzazione è sensibilmente inferiore a quella che dovrebbe essere».
È un problema molto diffuso?
«Leggendo diverse annate dei rapporti di Confindustria troviamo che i presidenti hanno invitato in più occasioni i loro associati ad agire in favore della patrimonializzazione».
In che modo poco capitale limita la concessione del credito?
«Cominciamo a dire che noi facciamo fatica a dare credito. Il cavallo non beve… Mentre due anni fa si poteva dire che le banche non concedevano credito perché non avevano abbastanza patrimonio, oggi il capitale in banca c’è. Una delle condizioni che agevola la concessione di credito è una maggior patrimonializzazione delle imprese, che equivale a un più forte impegno diretto degli imprenditori nelle proprie aziende».
Ma la domanda langue…
«Continuiamo a registrare flussi negativi di impieghi e questo vuol dire che, purtroppo, non c’è domanda per investimenti».
Come lo spiega?
«Per certi versi è logico: è venuta a mancare tutta quella parte di domanda che derivava dai consumi interni. Così, spesso, l’imprenditore si trova con gli impianti sotto utilizzati, per cui lontanissimo dall’idea di investire in nuova strumentazione impiantistica…».
E allora perché l’imprenditore dovrebbe ripatrimonializzare l’azienda se la realtà è questa?
«Innanzitutto per un sano egoismo. Perché è giusto ripatrimonializzare le aziende, visto che il patrimonio aiuta ad avere credito e a condizioni migliori. Sia chiaro: la ripatrimonializzazione non risolve tutti i problemi delle aziende, ma aiuta…».
Che impressione ha dei provvedimenti annunciati giovedì scorso dalla Bce di Mario Draghi?
«Il presidente Draghi ha presentato una serie molto articolata di interventi che dimostrano forte volontà d’incidere. Ciò detto, non bisogna illudersi che questo eviti al singolo Paese e in primis al nostro di adottare il giusto insieme d’interventi e riforme, necessario a imprimere una spinta strutturale alla crescita. Draghi ci ha permesso di guadagnare tempo, adesso tocca a noi».
Problema vecchio: imprese povere, imprenditore ricco…
«Premesso che non bisogna generalizzare e che ci sono molti esempi virtuosi, non v’è dubbio che esistano situazioni non rare in cui l’imprenditore ha privilegiato il patrimonio privato all’azienda. Beh, una parte di questo patrimonio è forse giunto il momento di investirlo. E devono farlo per interesse, perché è un momento in cui, se si crede che la parte più brutta della crisi sia alle spalle, si sta entrando in un cono pluriennale di ritorno alla crescita. Allora, a maggior ragione, vale la pena di investire».
Il sistema bancario quale ruolo può avere nella patrimonializzazione delle aziende?
«Non avrei problemi a mostrare come un aumento del capitale sociale muterebbe il rating di merito creditizio delle aziende. Il secondo aspetto dove noi possiamo aiutare è quando una parte dell’aumento di capitale si ritiene vada fatto fuori dall’azienda, sia in termini di operazioni con terzi che in possibili collocamenti in Borsa».
La quotazione in Borsa, però, implica una cessione di sovranità…
«Vero, ma la Borsa ha anche accettato di entrare in società con quote di minoranza. Non sono così rarefatti i casi in cui si è quotato il 30-35 per cento del capitale. Certo, va considerato che è molto più rigorosa la disciplina a cui sono assoggettate le società quotate in Borsa, ma è anche vero che questo rigore è un rigore positivo. Obbliga a una serie di verifiche e analisi che rappresentano una sana disciplina aziendale».
Esistono strumenti finanziari che possono rappresentare un’alternativa alla quotazione? I bond , possono essere considerati in questo caso?
«I bond , va detto chiaro, non sono patrimonio, sono debito. Non dobbiamo confondere queste cose. I bond sono debito che prima o poi l’azienda deve restituire. È un debito creato su canali alternativi al bancario, ma sempre debito è».
Tornando agli strumenti alternativi alla quotazione?
«È difficile trovarne, anche se l’attuale diritto societario consente varie opportunità. Però sono casi particolari…».
E quindi?
«Se si vuole rimanere in una dimensione relativamente piccola, bisogna mettere mano al portafoglio. Non si possono avere tutte le cose, essere cioè piccoli e volere, mantenendo completamente il governo societario, che altri investano nella tua azienda…».
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