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Maroni chiede aiuti, l’Europa divisa

di Adriana Cerretelli

Se, forte della piena sintonia con il resto dei colleghi mediterranei riscontrata mercoledì a Roma, davvero sperava di sensibilizzare tutta l'Europa «sul rischio di un'emergenza migratoria di proporzioni inimmaginabili», il ministro Roberto Maroni ieri è stato ampiamente deluso dall'esito della riunione di Bruxelles. Anche se, diplomaticamente, ha preferito parlare di «bilancio in chiaro-scuro». Intanto, nella tarda serata di ieri, Barak Obama ha parlato al telefono con Silvio Berlusconi «per coordinare lo sforzo urgente volto a rispondere agli sviluppi della situazione», e affermare «il loro forte sostegno ai diritti universali del popolo libico».

Due le richieste avanzate dai ministri degli Interni del gruppo dei Sei, cioè Italia, Francia, Spagna, Grecia, Malta e Cipro: un fondo di solidarietà finanziaria e, soprattutto, una politica di asilo europea con l'impegno al "burden sharing", cioè a spartire parte dei rifugiati in caso di flussi eccezionali su Lampedusa e dintorni. Due o trecentomila, per intendersi, la cifra paventata.

Se sugli aiuti, al momento opportuno, probabilmente non ci saranno troppi problemi, sulla riallocazione delle persone a livello Ue il rifiuto si conferma completo. «C'è chiusura da parte di alcuni ministri», ha constatato Maroni. Che non ha voluto fare nomi. Ma poi i propri nomi hanno provveduto i diretti interessati a farli circolare. «Non c'è nessun flusso di rifugiati in questo momento. Per favore cerchiamo di non provocarlo continuando a parlarne», ha tagliato corto il tedesco Thomas de Maziere, in perfetta sintonia con il collega austriaco. Il belga Melchior Wathelet ha parlato di «timori alimentati da cifre demenziali ma non è il caso di giocare a spaventarci tra noi». Dulcis in fundo, lo svedese Tobias Billstrom ha tenuto a ricordare che il suo paese, 9 milioni di abitanti, nel 2010 ha «concesso asilo a 32.000 persone senza colpo ferire mentre l'Italia con 60 milioni di cittadini chiede aiuto dopo che sulle sue coste sono arrivati solo 5.000 tunisini».

Simili, in conferenza stampa finale, i commenti della svedese Cecilia Malstrom, commissario europeo agli Interni: «Per ora non abbiamo visto nessuno arrivare dalla Libia. Anzi abbiamo constatato una diminuzione degli arrivi dalla Tunisia». Speriamo bene.

L'Europa minimizza ma Maroni avverte che «i controlli sulle coste libiche sono ormai azzerati, non appena si calmerà la situazione le partenze riprenderanno, le organizzazioni criminali si stanno riorganizzando». E come già avvenuto con i 5.000 tunisini sbarcati, il rischio, ha sottolineato, è anche quello di infiltrazioni terroristiche e criminali tra gli immigrati. «Ho detto ai colleghi che dobbiamo evitare che la Libia diventi il nuovo Afghanistan».

Solo sull'allargamento dei compiti di Frontex (l'agenzia europea per il controllo delle frontiere) proposto da Maroni la Malstrom si è detta disponibile, «anche se questo dipenderà dalle risorse che i singoli Stati metteranno a disposizione». Sugli aiuti Ue per 25 milioni (sui 100 richiesti) che il ministro pensava di essersi conquistato, il commissario ha parlato invece di "un malinteso" in quanto quei soldi sono sì stanziati ma da spartire tra i 27.

Si è discusso anche dell'evacuazione dei 6.000 cittadini Ue ancora in Libia. E di un eventuale intervento militare europeo a scopo umanitario. Che però dovrà passare prima per un mandato dell'Onu e una dichiarazione di emergenza umanitaria. Nell'attesa tutti i paesi Ue, Italia compresa ha detto Maroni, stanno impiegando mezzi aerei e navali per riportare al sicuro non solo i rispettivi connazionali ma anche i cittadini di paesi extra-europei. La Nato invece ieri si è chiamata fuori da questo tipo di operazioni. Almeno per ora.

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