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Market abuse, la Cassazione rilancia

La Cassazione insiste: il rapporto tra market abuse e sanzioni penali va chiarito. Così la Corte costituzionale dovrà pronunciarsi anche sulla vicenda che ha coinvolto Stefano Ricucci per l’anomalo andamento dei titoli Rcs Mediagroup, stabilendo se nel nostro ordinamento si può applicare il principio del ne bis in idem tra sanzione penale e amministrativa, cosi come richiesto dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. A sollevare la questione di legittimità costituzionale è stata – per due volte in due giorni, dopo il caso analogo dell’altro ieri (si veda Il Sole 24 Ore di ieri) – la Cassazione tributaria, con l’ordinanza 950/2015 depositata ieri.
La decisione trae origine, in estrema sintesi, dalla contestazione di sanzioni da parte della Consob per violazione all’articolo 187-ter del Tuf (manipolazione di mercato). Per la stessa violazione il trasgressore aveva già patteggiato in sede penale (una pena poi interamente condonata per effetto dell’indulto).
Ne conseguiva la potenziale applicazione del ne bis in idem, secondo il quale in sostanza non si può essere puniti due volte per il medesimo fatto. Va ricordato che la Cedu, per una fattispecie analoga (con la sola differenza che la sanzione amministrativa aveva preceduto quella penale e non, come nella specie in cui il procedimento penale si era concluso, prima di quello amministrativo) con la “sentenza Grande Stevens”, aveva sancito che, una volta irrogate a un soggetto sanzioni amministrative, non gli possono essere irrogate anche sanzioni penali. In caso contrario si sarebbe violato il divieto il doppio giudizio e la doppia pena per lo stesso reato.
Nella circostanza era stato altresì affermato che possono considerarsi “penali” le sanzioni amministrative dall’ordinamento italiano se particolarmente afflittive. I giudici della Cedu, erano giunti a tali conclusioni, proprio dall’analisi delle sanzioni Consob, solo nominalmente amministrative: esse, infatti, sono da considerarsi di natura penale, in ragione della severità delle stesse (sia per l’importo sia per le sanzioni accessorie collegate sia, infine, in ragione delle loro ripercussioni complessive sugli interessi del condannato).
Sempre la Cedu (sentenza 20 maggio 2014, Nykänen c. Finlandia) tra l’altro, ha esaminato, con riferimento alla legislazione finlandese la possibile “convivenza” delle sanzioni tributarie con le penali in ipotesi di frode fiscale.
Anche in questo caso i giudici di Strasburgo hanno precisato che, per il ne bis in idem, va valutata la concreta natura delle sanzioni, indipendentemente dalla denominazione attribuita dalla legislazione interna.
Ora la Cassazione ha ritenuto di non poter disapplicare una legge dello Stato (la sanzione del Tuf) pur se ritenuta in contrasto con la pronuncia Cedu. Ed infatti, secondo i giudici di legittimità, tale disapplicazione non può essere risolta in via interpretativa, non potendo la Cassazione applicare la legge nazionale conformemente alla interpretazione Cedu.
Per tale motivo la Suprema Corte ha ritenuto rilevante e non manifestamente infondata la questione di legittimità costituzionale riguardante l’articolo 187 ter del Tuf, alla luce della predetta sentenza Cedu, che ha ritenuto le sanzioni amministrative previste dalla disciplina italiana sugli abusi di mercato di tipo penale a prescindere dalla loro qualificazione nel diritto interno per contrasto all’articolo 117 della Costituzione (la potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali).
Da ricordare, infine che di recente della stessa questione (anche se riferita a violazioni tributarie costituenti reato rispetto all’analogo illecito fiscale) è stata investita la Corte di giustizia Ue dal Tribunale di Torino (ordinanza 27/10/2014).

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