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Market abuse con doppie sanzioni

La Corte costituzionale lascia sopravvivere il doppio binario penale-amministrativo per il market abuse. Ieri sono state depositate le motivazioni della decisione con la quale, lo scorso 8 marzo (si veda «Il Sole-24 Ore» del 9 marzo),la Consulta ha giudicato inammissibili le questioni di legittimità sollevate dalla Cassazione. La Corte, con la sentenza n. 102 scritta da Giorgio Lattanzi e Marta Cartabia, non è entrata nel merito dei diversi punti sollevati, fermandosi a un esame preliminare.
La Cassazione, con due ordinanze di rimessione, aveva contestato la corrispondenza costituzionale delle norme che prevedono due livelli di tutela, penale e amministrativa, per le condotte relative agli abusi di mercato. Questioni sollevate alla luce del rispetto del principio di ne bis in idem come interpretato dalla Corte europea dei diritti dell’uomo. Quest’ultima, infatti, il 4 marzo 2014 con la sentenza Grande Stevens ha censurato la disciplina italiana sul punto, attribuendo natura sostanzialmente penale alle sanzioni amministrative stabilite per l’illecito di manipolazione del mercato dal Tuf, a causa della gravità dall’importo elevato delle sanzioni pecuniarie inflitte e dalle conseguenze delle sanzioni interdittive. La medesima pronuncia sottolineava poi la mancanza di un meccanismo che interrompe il secondo procedimento nel momento in cui il primo è concluso con pronuncia definitiva.
Per la Consulta la prima questione posta dalla Cassazione, centrata sull’articolo 187 bis del Tuf, è inammissibile perché non rilevante nel procedimento penale in corso. La stessa persona sottoposta al giudizio penale, infatti, era già stata sanzionata in via definitiva da Consob. Ora, osserva la Corte costituzionale, «l’eventuale accoglimento della questione di legittimità costituzionale sollevata in relazione all’articolo 187-bis del citato decreto non solo non consentirebbe di evitare la lamentata violazione del ne bis in idem, ma semmai contribuirebbe al suo verificarsi, dato che l’autorità giudiziaria procedente dovrebbe comunque proseguire il giudizio penale ai sensi del precedente articolo 184, benché l’imputato sia già stato assoggettato, per gli stessi fatti, a un giudizio amministrativo divenuto definitivo e benché, in considerazione della gravità delle sanzioni amministrative applicate, a tale giudizio debba essere attribuita natura “sostanzialmente” penale, secondo l’interpretazione della Corte europea dei diritti dell’uomo».
Il fatto che la sanzione amministrativa andrebbe revocata all’esito di un’eventuale verdetto di incostituzionalità non ha peso per la Consulta che, invece, ricorda come si tratterebbe di vicende attinenti la sanzione amministrativa, prive di rilevanza per la Cassazione chiamata a giudicare e quindi estranee al procedimento penale.
Con la seconda questione, posta in via subordinata, la Cassazione sollecitava una pronuncia additiva con la quale nell’articolo 649 del Codice di procedura penale, sul divieto di doppio giudizio, andrebbe inserito anche il caso in cui l’imputato sia già stato giudicato, con provvedimento irrevocabile per il medesimo fatto, nell’ambito di un procedimento amministrativo al quale attribuire natura penale sulla base delle conclusione della Corte dei diritti dell’uomo.
Su questo punto, la Consulta avverte che l’esito sarebbe una sostanziale incertezza sulla risposta sanzionatoria che l’ordinamento collega alle condotte di manipolazione del mercato sulla base della «circostanza aleatoria» del procedimento definito più rapidamente. L’intervento chiesto alla Corte costituzionale, infatti, non determinerebbe un ordine di priorità tra i diversi procedimenti in maniera tale che il divieto del secondo scatterebbe al momento della definitività del primo. Ma in questo modo se è vero che si porrebbe rimedio ai singoli casi concreti, resterebbe tuttavia in piedi la violazione strutturale da parte dell’ordinamento del divieto di ne bis in idem.

Giovanni Negri

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