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Market abuse con confisca

L’assenza di plusvalenze non deve portare per forza a un giudizio di assoluzione per società e azionisti imputati di market abuse. Lo puntualizza la Corte di cassazione confermando l’ordinanza del tribunale del riesame di Torino con la quale era stato annullato il decreto di sequestro preventivo per equivalente disposto dal Gip nei confronti di Salvatore, Paolo e Jonella Ligresti, Antonio Talarico e Fondiaria-Sai. A proporre ricorso era stato il pubblico ministero, mettendo in evidenza, tra l’altro, come, secondo il riesame, dal momento che la manipolazione del mercato non aveva provocato una plusvalenza delle azioni, non ci sarebbe stato un profitto per gli azionisti. Per il Pm, invece, nel caso Fondiaria-Sai non si era verificata una vendita di azioni e quindi il riferimento alla mancata plusvalenza doveva essere considerato inconsistente; il danno doveva invece essere parametrato agli effetti sul mercato borsistico della falsa informazione. Conseguenze che, per il rappresentante dell’accusa, erano piuttosto consistite nell’impedimento di un crollo maggiore del titolo già in difficoltà. In altri termini, comunicare dati di bilancio che nascondevano una consistente perdita della società aveva avuto l’effetto di impedire che fosse depresso, per qualche tempo, in maniera importante, il valore delle azioni Fondiaria-Sai.
La Cassazione tuttavia ha respinto l’impugnazione, sottolineando però che la nozione di profitto utilizzata dal Pm non è poi distante da quella fatta propria dal tribunale. In questo senso, punto di riferimento importante è la sentenza delle Sezioni unite penali n. 26654 del 2008 che, provando a raggiungere una definizione in positivo del profitto confiscabile, faceva riferimento in maniera un po’ generica al «complesso dei vantaggi economici» tratti dall’illecito e che a questo strettamente si collegavano. Più in generale si affermava che all’espressione non andava attribuito il significato riduttivo di «utile netto» oppure di «reddito» ma quello di «beneficio aggiunto di tipo patrimoniale».
Le stesse Sezioni semplici si sono espresse più volte sulla effettività del vantaggio economico dipendente dal reato che può giustificare la confisca per equivalente. Serve quindi un arricchimento patrimoniale che non può, per esempio, coincidere con un credito “virtuale” perché non ancora riscosso. E allora va precisato che la nozione di profitto dipendente dal reato di manipolazione del mercato, riferibile sia alla società sia agli azionisti, deve presentare i connotati «della immediata derivazione della concreta effettività» ma non coincide, quanto alla società, con il solo profitto conseguito dall’autore del reato; per l’azionista, d’altra parte, avverte la Cassazione valgono gli stessi criteri, con la precisazione che il vantaggio può consistere nella plusvalenza delega azioni come pure nella scongiurata perdita di valore.
«In tale prospettiva – si legge nella pronuncia –, la notazione della realizzata plusvalenza delle azioni terminata dalla condotta di manipolazione del mercato, costituisce un criterio indicativo, sul piano indiziario, dell’esistenza di un profitto, ma non può dirsi il contrario e cioè che la rilevazione della situazione opposta, evenienza verificatasi nel provvedimento impugnato, costituisca anche, di per sè, come erroneamente ritenuto dal Pm, l’affermazione che si è provata l’assenza di profitto confiscabile».

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