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Mark Zuckerberg, i suoi nemici e il lato oscuro del social network

Mark Zuckerberg o la caduta di un semidio.
Fino a ieri era il trentenne più potente della Silicon Valley; innovatore geniale che aveva catturato quasi un terzo della popolazione mondiale nei tentacoli del suo social media; aspirava a surclassare Bill Gates come benefattore dell’umanità; forse accarezzava il sogno di una candidatura alla Casa Bianca. Ora è sotto processo, Wall Street volta le spalle alla sua macchina moltiplica-profitti, cancella 50 miliardi di ricchezza in due sedute di Borsa. E sono in tanti a gioire per la sua sciagura. Esultano i media del mondo intero i cui contenuti sono stati saccheggiati per anni dal parassita-Facebook; ecco il verdetto della Bbc: «L’unico modo per salvare i vostri dati e la vostra privacy è abbandonare Facebook». Lo mettono sotto indagine il Parlamento britannico, la Commissione europea, il Congresso degli Stati Uniti, la più potente authority antitrust americana (Ftc). Gioisce qualche mega-concorrente come Jeff Bezos di Amazon che possiede pure il Washington Post, è un fiero avversario di Donald Trump: regolamento di conti fra Padroni della Rete.
L’Utopia di Zuckerberg s’infrange su due scandali politici, etici, legali. Prima l’uso di Facebook da parte della propaganda russa che vi ha disseminato fake-news per influenzare la campagna presidenziale del 2016 a favore di Trump; più di recente il saccheggio delle informazioni private di 50 milioni di utenti Facebook da parte di un’agenzia di marketing politico (Cambridge Analytica) pagata da due importanti sostenitori dello stesso Trump (l’ex consigliere di estrema destra Bannon e il miliardario reazionario Mercer). I vertici di Facebook sono scossi, si è dimesso uno degli addetti alla sicurezza.
Zuckerberg è stranamente assente, quasi stesse preparando il suo sganciamento dalla creatura di cui è maggiore azionista e capo indiscusso.
Ricordiamo di quale Utopia si trattava. Basta attingere alle sue parole testuali. È l’aprile del 2016, all’inizio della campagna elettorale americana, quando Zuckerberg riunisce i suoi collaboratori per lanciare una sorta di Manifesto Politico. Quasi due anni fa, allora 31enne, il fondatore e chief executive di Facebook illustra la filosofia e i valori della sua azienda. Un social network che sfiora i due miliardi di utenti, eppure a Zuckerberg “va stretto”: la sua ambizione è collegare a Internet tutti i 7 miliardi di abitanti del pianeta. Di qui discende anche una visione politico-morale che lui descrive in quell’aprile di due anni fa: «Siamo una comunità globale unica, nell’accogliere i rifugiati che tentano di salvarsi da una guerra, o gli immigrati in cerca di opportunità; nell’unirci per combattere un’epidemia o il cambiamento climatico».
Polemizza contro «le voci della paura che invitano a costruire muri e a prendere le distanze dalle persone descritte come diverse da noi». Al centro del suo messaggio Zuckerberg mette uno slogan: «Dare a ciascuno il potere di condividere con tutti gli altri».
Verbo-chiave, to share, indica la “condivisione” di messaggi, foto, esperienze e commenti che ciascuno fa con gli amici sulle proprie pagine di Facebook. Ma è anche allusione a un altro tipo di condivisione, la diffusione delle opportunità, la distribuzione delle ricchezze. Zuckerberg si appropria così di una tradizione della Silicon Valley e di tutta la West Coast americana: un luogo dove gli imprenditori hanno spesso cavalcato visioni progressiste, utopie sociali, il sogno di rifare il mondo.
Zuckerberg si candida a rubare il ruolo a Google, che agli albori fu celebre per il motto “Don’t be evil”, non essere cattivo o non fare del male.
Poi, a elezione avvenuta e con Trump alla Casa Bianca, l’estate scorsa lo stesso Zuckerberg parte per un tour nazionale attraverso gli Stati Uniti, che molti interpretano come il trampolino di lancio verso una carriera politica. Vuole toccare 30 Stati Usa con lo scopo di «conoscere meglio gli americani». Comincia proprio da quell’Iowa dove hanno inizio ogni quattro anni le primarie per la nomination. Poi il Michigan dove incontra a Detroit gli operai della Ford, una constituency che fu decisiva per l’elezione di Trump. Assume nella propria Fondazione uno degli strateghi delle vittorie di Barack Obama, David Plouffe, considerato un genio del marketing elettorale. Poi fa un altro reclutamento, Joel Benenson: pure lui lavorò con Obama come esperto di analisi demoscopiche. Alle dietrologie Zuckerberg risponde: recluto talenti al servizio dell’impegno umanitario. La sua Fondazione ha la missione di «curare malattie, migliorare l’istruzione, dare voce a tutti coloro che vogliono costruire un futuro migliore».
Oggi, l’idea che la sinistra possa rivolgersi al “ragazzo d’oro” della Silicon Valley è da escludere. Il duplice scandalo incolla Facebook al campo avverso: docile strumento dell’ascesa di Trump, forse ignaro, in tal caso incompetente fino all’irresponsabilità criminale.
Della vicenda Cambridge Analytica vertici del social media hanno saputo da tempo e hanno taciuto. Non hanno informato i 50 milioni di utenti vittime della violazione. Dunque: zero controlli da parte di un social media che profitta di un business multimiliardario, quando qualcuno attinge ai loro dati in modo così massiccio. La Cnn parla di una «crisi esistenziale» per Facebook. La figura del suo fondatore ne esce infangata in modo irrimediabile.

Federico Rampini

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