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Mario Draghi

Le due settimane più difficili nella storia, non lunga ma impegnativa, della Banca centrale europea ieri sono sembrate facili. Quasi scontate. L’approccio cartesiano di Mario Draghi, durante la conferenza stampa seguita alla riunione mensile del Consiglio dei governatori della Bce, si è tradotto nel momento più chiaro sentito finora per spiegare i giorni della grande crisi di Atene: in realtà rocamboleschi e così estremi da fare vacillare le certezze dell’eurozona. Uno dei suoi obiettivi, forse il primo, è evidentemente fare sapere che a Francoforte c’è un’istituzione che, nel caos, non si perde. 
A dire il vero, rispondendo alle domande, Draghi ha detto di non volere «minimizzare le difficoltà che la Bce e il Consiglio dei governatori hanno avuto nelle scorse settimane nel prendere decisioni» che dovevano tenere conto dello stato delle banche greche, del funzionamento del sistema dei pagamenti, della politica monetaria, della necessità di non prendere rischi eccessivi. Ma la chiave per superare ostacoli e dubbi è stato il riferimento al mandato della Bce, qualcosa che nel dibattito dei giorni scorsi — non meno caotico tra commentatori e analisti di quanto lo fosse nei vertici di Bruxelles — raramente è stato tenuto in conto. La questione può sembrare una copertura legalistica a scelte fatte o non fatte. In realtà investe il ruolo stesso della Bce.
Nelle settimane scorse, l’istituzione si è trovata più volte in prima fila, nella crisi. Soprattutto, per decidere se erogare liquidità alle banche elleniche, se mantenerla invariata, se ridurla. In sostanza se tenerle in vita oppure farle crollare con ciò dando il via al processo di uscita di Atene dalla moneta unica. La situazione che si era creata, le iniziative del governo greco e le indecisioni dei ministri europei spingevano la Bce verso scelte politiche che non spettavano a lei. Un passo falso avrebbe potuto mettere in discussione la sua indipendenza, valore sul quale è nata ed è la fonte prima della sua legittimità, sia agli occhi dei mercati, sia davanti ai governi e alle opinioni pubbliche.
Draghi ha dunque spiegato che, ad esempio, la decisione di ieri di dare 900 milioni di liquidità in più alle banche greche è «simmetrica» a quella presa a fine giugno di non aumentarla: allora non c’era la prospettiva di un programma di aiuti alla Grecia, e quindi il denaro avrebbe potuto essere perso, «ora la situazione è cambiata». Un passaggio ieri è stato particolarmente chiaro, quando Draghi ha letto le parole che aveva pronunciato durante il weekend nei vertici europei in replica a chi sosteneva che la Bce avrebbe dovuto tagliare la liquidità erogata fino ad allora alle banche greche (e quindi spingere il Paese fuori dalla moneta unica).
«Non sta alla Bce decidere chi è membro o non lo è» (dell’Unione monetaria), ha letto nei suoi appunti. La Bce ha operato «nell’assunto che la Grecia rimarrà nell’euro. Se questo assunto è giusto è interamente nella responsabilità sia del governo greco sia degli Stati membri qui rappresentati». Nei giorni scorsi, molti commentatori avevano sostenuto che la Bce stava correndo il rischio di politicizzarsi: qualcosa che, se avvenisse, sarebbe pericoloso non per ragioni legalistiche ma perché prima o poi solleverebbe la questione dirompente della legittimità democratica di un’istituzione non eletta che prende decisioni politiche. Draghi non ha negato che il rischio c’era; ma ha chiarito che non si è concretizzato.
Ed è andato oltre, sempre non da politico o da economista che esprime le sue opinioni ma da presidente di un’istituzione. Rispondendo alle molte domande sulla Grexit, messa in campo ufficialmente dal ministro delle Finanze tedesco Wolfgang Schäuble, ha ammesso che l’Unione monetaria «è imperfetta, e dunque fragile, vulnerabile e non porta risultati». Quindi andranno fatte scelte per ulteriori forme di integrazione. Ma non ha detto se sarebbe stato meglio o peggio l’uscita di Atene dall’euro, non sta a lui. Se i politici avessero scelto la Grexit, cosa avrebbe fatto? «Avremmo rispettato il Trattato? Sì, è lì dove il nostro mandato è racchiuso», è stata la risposta non politica.
Il presidente della Bce ha reso esplicito il fatto che la banca è del tutto decisa a impegnarsi affinché l’accordo dello scorso weekend e il programma di aiuti alla Grecia che si definirà abbia successo. Non solo perché ha sostenuto che, per la prima volta, i capi di governo hanno approvato un piano non generico ma preciso su contenuti e tempi. Ma anche perché la Bce ha ben chiaro quali saranno i prossimi punti caldi da affrontare. Sul debito della Grecia, Draghi ha detto che un alleggerimento è una questione «non controversa»: è scontato che ci voglia e nessuno l’ha mai messo in discussione. Il problema è quale forma debba prendere «nella nostra cornice istituzionale», e su questo «credo ci dobbiamo concentrare nelle prossime settimane». E sull’acquisto di titoli in corso da parte della Bce (il Quantitative Easing), che al momento esclude la Grecia, ha affermato che esiste una road map che contempla, se le condizioni necessarie perché si possa applicare verranno esaudite, l’allargamento ad Atene, forse già dopo l’estate. La Bce sarà pienamente in campo, in altre parole.
Nella crisi greca, l’istituzione non ancora maggiorenne (è nata nel 1998) sta dando l’impressione di maturare in tempi accelerati. E’ di fronte a sfide che altre banche centrali non hanno mai affrontato. Non solo la crisi dell’euro e dell’architettura che lo sostiene (male). Soprattutto, deve operare in un quadro politico, istituzionale e normativo — quello di un’unione monetaria tra 19 Paesi diversi — con il quale nessuno si è mai misurato prima. Niente è scontato in quello che è successo in Grecia nelle scorse settimane e mesi. E probabilmente non c’è molto di prevedibile in ciò che accadrà nei prossimi. La Bce di Mario Draghi si è però posizionata per essere il perno delle poche certezze cartesiane del momento.
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