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Marchionne svela il riassetto dei marchi

Oggi Sergio Marchionne svela ad Auburn Hills, in Michigan, davanti a 200 analisti e cento giornalisti provenienti da tutto il mondo, il piano industriale 2014-2018 di Fiat Chrysler Automobiles. Un gruppo appena nato, un gruppo unico che oggi ha tutte le credenziali per definirsi «globale». Il contenuto della relazione che l’amministratore delegato leggerà nel corso del suo intervento è stato pensato ed elaborato nei dettagli esclusivamente da lui. Neppure la sua prima linea di manager lo conosce. Anche stanotte potrebbe aver cambiato commenti e decisioni. E pure questo rispecchia l’assunzione diretta di responsabilità che ha sempre caratterizzato i suoi dieci anni al Lingotto. Un percorso fatto di tanti passi concreti, dal primo momento-clou dello scioglimento del contratto che legava la Fiat a General Motors, fino all’altra tappa-chiave americana: i giorni del 2009 nei quali — ad Auburn Hills, come oggi — il top manager delineava la sua visione di un futuro con Chrysler, azienda salvata dal fallimento attraverso un primo acquisto del 35%. Senza iniettare cash.
Marchionne proponeva allora la rinascita del terzo gruppo automobilistico Usa, adesso interamente controllato da una società italiana, sottolineando anche i vantaggi per Fiat. Da quel momento il Lingotto poteva disporre di infrastrutture logistiche in termini di rete di distribuzione e di stabilimenti oltre oceano, con l’opportunità di aprirsi a nuovi mercati. Da parte sua Chrysler, attraverso l’alleanza italiana, poteva disporre di nuove tecnologie per introdurre auto piccole, a risparmio energetico, e rispondere così alle richieste espresse dal presidente degli Stati Uniti Barack Obama sui temi eco-ambientali. Da qui la decisione di riportare negli Stati Uniti il marchio torinese con l’iconica 500. Il gruppo è stata l’unica casa «latina» a rientrare in America dopo gli anni Ottanta, quando dal mercato statunitense erano uscite anche Peugeot e Renault. L’amministratore delegato di Fiat Chrysler aveva commentato nell’occasione: «L’iniziativa rappresenta una pietra miliare nello scenario in rapido cambiamento del settore automotive , e conferma l’impegno e la determinazione di Fiat e Chrysler nel continuare a giocare un ruolo significativo nel processo globale».
Il controllo totale di Chrysler, raggiunto all’inizio del 2014, ha completato la prima fase della strategia. Fca ha oggi 300 mila dipendenti nel mondo e opera in quattro regioni: Europa, cui fanno capo anche Medio Oriente e Africa; America del Nord; America Latina; Asia. Ogni decisione presa in una di queste aree (dalle architetture, ai motori, alle trasmissioni) dev’essere valida e applicabile in ciascuna delle altre tre. Una concezione di espansione che fa perno sulla forza resa possibile dall’integrazione di due culture, quella italiana e quella americana.
Il rilancio del marchio Alfa Romeo è uno dei tasselli fondamentali del programma. Il brand non verrà mai venduto e il gruppo, con l’amministratore delegato che ha già assicurato il futuro degli stabilimenti italiani, ha al suo interno la liquidità necessaria al completamento dell’intero piano. Il successo di Maserati è stato l’apripista che ha «testato» la direzione per la ristrutturazione di tutti i sedici marchi ( il numero comprende non solo il settore auto, ma anche Cnh e i componenti): l’anno scorso la casa del Tridente ha registrato un margine operativo del 10,3 % , ed è dunque la più redditizia dopo i classici record Ferrari (15,6%). Allo stesso modo, Jeep si è affermata come punta di diamante della strategia di crescita globale.

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