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Marchionne: sì al Tfr in busta paga «Negli Usa superata la Toyota»

Quotazione il 13 ottobre. Ed è insieme un traguardo e l’ennesima sfida. A Fiat Chrysler Automobiles non servirà a niente, anzi, essere a Wall Street se poi il titolo finirà col galleggiare nel limbo di scambi minimi o inesistenti. Scontato quindi che Sergio Marchionne abbia un piano d’attacco. E che in quel piano sia compreso un imminente road show, confermato ieri dal Salone di Parigi: «Dovremo andare in giro per incontrare gli investitori istituzionali americani, valigetta in mano a vendere le azioni Fca».
La frase va intesa in senso quasi letterale: ci sono da sistemare i 60 milioni di titoli restituiti al Lingotto dai soci che, in agosto, hanno esercitato il diritto di recesso per un totale di 463,6 milioni di euro. L’immagine evocata da Marchionne non è dunque proprio da (finto) umile piazzista. E in ogni caso l’impressione sparisce un secondo dopo. Non sarà facile, e il leader di Fca lo sa. Lo aiuta però il freschissimo (settembre) sorpasso su Toyota: «Li abbiamo spiazzati», negli Usa e in Canada «siamo ormai conosciuti come il terzo costruttore». Per cui sì, «credo che il titolo sarà interessante per gli investitori americani». A rassicurarli — gli statunitensi e tutti gli altri — Marchionne butta lì nuove, più chiare indicazioni sulla temuta ipotesi di intervento sul capitale. Pare definitivamente esclusa: se è vero che sarà il board a decidere, e a rifare il punto su target 2014 fin qui riconfermati, è vero anche che per il leader del gruppo «non è necessario alcun aumento». L’ha ribadito alla stampa ieri a Parigi, lo ripeterà ai consiglieri il 29 ottobre a Londra (sarà la nuova sede fiscale di Fca a ospitare, per la prima volta, il consiglio).
Tutto questo riguarda l’azienda. Così come la presentazione della 500X. O come l’inchiesta Ue sul Lussemburgo per il trattamento fiscale a una serie di società, tra le quali Fiat Finance and Trade: «Non mi preoccupa. Hanno fatto un casino imbarazzante associandoci a nomi come Apple e Starbucks, ma noi non c’entriamo niente». E, naturalmente, come le conferme sull’indipendenza della Ferrari anche dopo il cambio della guardia con Luca Cordero di Montezemolo (la cui uscita ha provocato, si scopre dietro le quinte di Parigi, le dimissioni dal board di Kaldoon al Mubarak, l’uomo dell’ex azionista Mubadala-Abu Dhabi). Onore delle armi, tuttavia: è Montezemolo a presentare la nuova auto e ad aprire la conferenza. Invita il nuovo presidente accanto a sé, scherza con lui e con la stampa: «Ci rivediamo a Ginevra, Marchionne si accorgerà che ha molto da fare e a febbraio mi richiamerà».
Oltre l’azienda, però, c’è il Paese che di quell’azienda rimane la grande base produttiva continentale. Un Paese sempre nella bufera. Marchionne non cambia linea: in Europa e in Italia «condivido l’agenda di Matteo Renzi». Anche quando, come nell’ipotesi del Tfr in busta paga, «costa alla Fiat» e non solo: «Per noi avrà un impatto negativo, ma va nella direzione giusta. Basta dire “no”, dobbiamo appoggiare il governo». Quest’asse con il premier continua, tra l’altro, ad attirare su entrambi i fulmini di Diego Della Valle. « Sóle », li ha definiti Mr. Tod’s. Mr. Fiat Chrysler si è offeso? «Scherziamo? L’avesse detto chiunque altro sì, ma da uno scarparo è un complimento: la suola è parte integrante di una scarpa…».

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