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Marchionne sfida Gm “Una scalata ostile? Non escludo niente”

Non vorrebbe dirlo, e infatti all’inizio non lo dice. Mai parlare delle disgrazie altrui. Innanzitutto per educazione ma anche per scaramanzia. Poi però.. Sergio Marchionne è al Mugello, alla festa Ferrari, in una dimensione assai più distesa di quella che si respira negli alberghi di Wall Street. E allora lo dice: «Quello dell’auto è un mestiere estremamente difficile. E’ anche un mondo in cui le cose cambiano rapidamente. Quanti, fino a poco tempo fa, mi dicevano che il modello da seguire era quello della Germania?». Quanti spiegavano che gli alti salari, i sindacati nel cda creavano il clima giusto per costruire le auto più sicure del mondo? Tolto il sassolino dalla scarpa, rimangono i nodi da sciogliere. «Il problema
è che un mercato a così alta intensità di capitale mette una pressione tale da spingere i costruttori a bruciare le tappe per conquistare la leadership». E magari a sbagliare. Non è sospetto che lo scandalo sia scoppiato in Usa dove il motore diesel è poco utilizzato? «Quello di Volkswagen non è un problema di dimensioni e non è nemmeno legato al motore diesel. Non credo che ci sia alcun complotto. Hanno sbagliato a ingegnerizzare, è un difetto tecnico».Eppure per l’ad del Lingotto non c’è solo questo aspetto. Quello di Wolfsburg «è un problema di cultura ». Marchionne intende un eccessivo accentramento delle decisioni: «Se decidessi a Torino quel che devo vendere in America, farei una stupidaggine».
Ora che il pianeta Volkswagen è in crisi, come si comporterà Fca in caso di dismissioni della casa tedesca? Parteciperà allo shopping? «Se mi chiede se comprerò Ducati la mia risposta è no. Se devo dire, non ho capito perché l’abbiano comperata loro ». E la Seat? «Quella è una storia lunga, lasciamo stare». Il riferimento è a quando, nei decenniscorsi, fu Fiat a cedere Seat a Volkswagen. Dunque niente acquisti all’eventuale supermercato di Wolfsburg? Marchionne torna vago: «Non ho detto questo. Dipende da che cosa vendono ». Lo scopriremo presto: oggi è in programma la riunione del vertice della casa tedesca.
Ma oltre agli effetti immediati, l’esplosione del pianeta Vw ha inevitabili conseguenze su tutto il sistema auto. Lo scandalo Volkswagen, la frenata cinese e il rebus delle allenze sono diventati tutte variabili di un unico problema: come rendere meno costosa la produzione delle quattro ruote. «Se rimaniamo così noi costruttori perdiamo due miliardi all’ anno». Eppure l’allenza con Gm non decolla. Nessun incontro con Mary Barra? «L’ho invitata ma ha rifiutato. Non è venuta nemmeno per il caffé. Non mi piace costringere la gente». E dunque? Marchionne prepara un’opa ostile su Gm? La risposta è assai interlocutoria: «Non escludo nulla».
Frase importante. Non perché l’attacco frontale sia la prima opzione in mano all’ad. Ma perché, nonostante le dichiarazioni di segno contrario («stiamo valutando anche altre possibilità »), il merger con la più grande delle sorelle di Detroit resta di gran lunga l’obiettivo principale. Più che con la guerra aperta all’attuale managemet, con un’operazione di aggiramento, convincendo gli azionisti di Gm a scavalcare il cda riluttante. «Una strategia che non mi piace molto. Se la facessero a me prenderei la valigia immediatamente ». Marchionne preferisce invece parlare di «alleanze », di convergenze. Alcuni fondi azionisti di Gm sono gli stessi che si sono alleati con gli Agnelli in occasione della sclata a Partner Re… «Pura coincidenza».
Nodi che andranno sciolti nei prossimi mesi («se la fusione arriverà dopo il 2018, non la farò io perché sono stanco e smetterò di fare questo mestiere»). Nell’immediato ci sono da curare le conseguenze della Cina: «Per brand come Maserati e Ferrari la frenata cinese impone di riprogrammare le uscite». Per questo i lanci di Alfa potranno subire ritardi «di qualche mese ». Anche per questo c’è stato un rallentamento nella produzione Maserati: «Lì gioca la Cina e anche il fatto che avevamo anticipato troppo i tempi sul mercato americano ». Ma nonostante gli intoppi «il piano industriale fino al 2018 è confermato». Anzi «i target per Jeep saranno rivisti al rialzo a gennaio». Probabilmente da 1,9 a 2 milioni di pezzi. Anche grazie ai due nuovi stabilimenti cinesi. La crescita in Asia, in particolare l’alleanza con una giapponese, rimane comunque un problema: «Soprattutto di cultura. Che poi è quella che conta nei merger».
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