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Marchionne ridisegna Fiat-Cnh

TORINO — Due società, l’una controllata quasi interamente dall’altra. Due titoli. Due Borse. E due opposte valutazioni di mercato: a Wall Street la controllata, Cnh, capitalizza da sola 8 miliardi di euro; a Piazza Affari la controllante, Fiat Industrial, può esibire un portafoglio cui si aggiungono Iveco e i «grandi motori» Powertrain, ma non va oltre i 9,6 miliardi. Una «situazione anomala», come la definisce Sergio Marchionne. Non da ieri. Quando — all’alba — è arrivato l’annuncio della soluzione. Era scritto, che si andasse alla fusione: ora sono segnate modalità e tappe. Con effetti nulli sulle attività operative e soprattutto sui livelli occupazionali delle aziende interessate, certo però non puramente simbolici sulla «geopolitica» della multinazionale di camion, macchine per costruzioni, trattori. Sempre targata Lingotto. Sempre più, tuttavia, col navigatore orientato in direzione Usa.
Tecnicamente (e logicamente) è Fiat Industrial a proporre a Cnh la fusione, lungo un percorso che inizia adesso e si concluderà entro l’anno. Ne nascerà una nuova società la cui base legale non sarà né in Italia né negli States: la scelta è caduta sull’Olanda (già peraltro sede di Cnh). E se pure questa è una decisione essenzialmente tecnica, non lo sono quelle prese in parallelo. Nel nuovo nome non ci sarà Fiat: «Nessuno dei nostri prodotti — Marchionne, in conference call, la spiega così — ce l’ha nel brand». Nel nuovo futuro azionario non ci sarà Milano: la «quotazione primaria» sarà a New York e, se un ruolo alla fine lo avrà anche l’Europa, è «difficile» che persino quel «listino secondario» possa essere Piazza Affari.
Niente «teorie cospirazioniste», prega il presidente di Industrial, «non iniziate a ricamarci sopra». Né su Wall Street, né su un imminente percorso analogo per Fiat-Chrysler. La scelta Usa ha alla base ragioni molto pragmatiche e molto finanziarie, spiega: a parte il fatto che là Cnh è già quotata («Elemento decisivo», dice), conta l’evidente, diversa fluidità dei due mercati dei capitali. Quello americano e quelli europei. Non a caso ricorda le valutazioni di Industrial e Cnh (significativi i prezzi di partenza ieri: su del 4,5% la prima, che ha poi chiuso a +0,95%, giù di altrettanto la seconda). E non a caso, mentre scrive a tutti i dipendenti per assicurare che «non ci saranno effetti sulle attività operative, tanto meno sulle persone», con i mercati Marchionne punta proprio su questo aspetto: la fusione semplifica, la semplificazione «consentirà di valutare adeguatamente il valore di Fiat Industrial e Cnh», la conseguente «chiarezza faciliterà anche finanziamenti a costi più favorevoli e garantirà la necessaria flessibilità per le future operazioni strategiche» (leggi possibili alleanze).
Sono gli stessi concetti sottolineati da John Elkann, presidente di Fiat Spa e della controllante Exor, quando esprime il sostegno all’operazione e conferma «la volontà» della holding di «rimanere azionista di lungo termine». Pure questo, però, riporta al probabile percorso parallelo. Industrial-Cnh uguale a prove generali della fusione Fiat-Chrysler? Marchionne non può non ammetterlo: «Sarebbe possibile. Ma non cominciate a fare congetture. Abbiamo molte cose da fare nel breve-medio termine. Dobbiamo esercitare le opzioni, per cominciare. Bisogna risolvere tutto questo prima di fare altro, non è il momento di replicare con Fiat-Chrysler quanto vogliamo fare con Industrial e Cnh». Parole chiave: «Non è il momento».

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