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Marchionne offre la pace ai sindacati

Il contratto degli 86 mila dipendenti del Lingotto in Italia «sarà rinnovato al più presto. Cercheremo di chiuderlo il prima possibile. Dobbiamo sistemare un po’ di cose e poi sederci al tavolo. La volontà c’è». Promessa di Sergio Marchionne. I sindacati chiedono di giungere all’accordo prima dell’estate per poter pagare i 280 euro lordi (le parti dovrebbero accordarsi su una cifra simile che equivale a 21 euro al mese) prima della partenza per le vacanze. Dopo gli scontri delle settimane scorse dunque l’ad torna a riannodare i fili del dialogo, almeno con i sindacati che hanno finora firmato i contratti voluti dalla Fiat.

Marchionne parla nella veste di padrone di casa alla Maserati di Grugliasco dove l’Unione industriale di Torino ha voluto tenere la sua assemblea annuale. Scelta inconsueta per un organismo di Confindustria quella di riunirsi a casa dell’associato che ha abbandonato con un certo clamore l’organizzazione degli imprenditori. «Io continuo a sperare che la Fiat torni in associazione », dice la presidente degli industriali torinesi, Licia Mattioli. Speranza che naufraga poco dopo: «Noi tornare in Confindustria? Non credo», dice Marchionne. La sala applaude il viceministro dell’economia Carlo Calenda quando rivela che «insieme a Morando eravamo gli unici nel governo a preferire il taglio dell’Irap a quello dell’Irpef».
Ma la vera svolta della giornata in Maserati potrebbe essere in una sfumatura. E’ la risposta che Marchionne dà a chi gli chiede se ci sarà prossimamente un riavvicinamento con la Fiom: «Non andiamo a rivangare vecchie storie. C’è un accordo con i sindacati di maggioranza. Non ci sono da inventare nuove regole. L’invito alla Fiom a firmare e a sedersi intorno al tavolo rimane». Formalmente la posizione è identica a quella di sempre: se la Fiom non firma la Fiat non apre il dialogo. Ma nella realtà qualcosa è accaduto. A Pomigliano, ad esempio, la Fiat ha firmato con la Fiom un concordato per chiudere la partita giudiziaria di fronte al tribunale di Nola (che rischiava di diventare pericolosa) e far rientrare in fabbrica i 19 delegati della Cgil esclusi a lungo dallo stabilimento. Nella trattativa i dirigenti del Lingotto hanno parlato direttamente con Landini. E anche questo è un particolare significativo. Fin dall’inizio del braccio di ferro con la Fiom, tre anni fa, Marchionne ha mostrato di avere una specie di conto personale con il segretario della Fiom per quell’accusa pesante lanciata da Landini in occasione del referendum di Pomigliano: «Non è un referendum libero, quello di Marchionne è un ricatto verso i lavoratori ».
Che cosa è successo in questi mesi per mutare se non le posizioni, almeno il clima? Nella diplomazia sotterranea hanno giocato il ritrovato feeling tra Marchionne e Matteo Renzi e, contemporaneamente, il rapporto tra lo stesso Renzi e Landini, fatto di sms e qualche pubblico apprezzamento (come sul caso Electrolux). Una triangolazione assolutamente inimmaginabile fino a poco tempo fa. Sarà sufficiente a far cambiare verso al braccio di ferro tra Torino e la Fiom? O a mettere una pietra sopra alle «vecchie storie», come le definisce Marchionne?
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