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Marchionne: non chiediamo aiuti

Fiat-Chrysler affronterà la crisi «senza aiuti o fondi né a livello italiano né a livello europeo». Non ha nostalgia di Confindustria e prepara il chiarimento anche con i costruttori europei. Sergio Marchionne al Salone di Parigi mette in fila i «fronti» sui quali il Lingotto si attrezza a combattere. L’ultimo dei quali andrà in scena oggi al direttivo dell’associazione costruttori europei (Acea), sempre nella capitale francese, nello stand del gruppo italo-americano.
«Domani non ho nessuna intenzione di dimettermi da presidente dell’Acea — ha avvertito ieri Marchionne — e non devo chiedere scusa a nessuno perché ho lavorato e lavoro nell’interesse di tutte le case. Non ho comunque alcun particolare scopo per conservare questo ruolo, se non con il supporto del consiglio». Dunque: «Se domani il consiglio mi chiede di dimettermi, la Fiat uscirà dall’Acea». L’antefatto risale a luglio, quando lo stesso Marchionne definì «un bagno di sangue» la politica di sconti della Volkswagen e per tutta risposta Wolfsburg chiese l’uscita del manager dal club europeo. Il problema del mercato europeo però resta la sovraproduzione e il futuro delle fabbriche. Nello scontro tra le case europee, Marchionne ha trovato alleati i gruppi francesi. Carlos Ghosn, presidente di Renault-Nissan, in una lunga intervista a Le Figaro ha confermato che «nessuno si può impegnare a conservare posti di lavoro, se questo mette in pericolo le aziende. La difesa dell’occupazione è legata alla competitività». Anche Philippe Varin, il capo di Psa Peugeot-Citroën, che ha già deciso la chiusura del sito francese di Aulnay, attirandosi le ire di Francois Hollande, ha dichiarato che altri marchi seguiranno. La Fiat si è impegnata con il governo a non fermare nessuna fabbrica nel territorio però «per il bene nostro e del nostro paese — ha spiegato ieri Marchionne — non voglio mettere a rischio il futuro dell’azienda. Fiat deve conservare la libertà di agire come imprenditore, nel contesto di liberi mercati». Mani libere dunque, anche su questioni che in Italia restano particolarmente delicate: a Mirafiori «non ho ancora messo il miliardo, stiamo valutando la situazione dei modelli. Voglio essere libero di decidere il portafoglio prodotti».
La situazione della Fiat sostiene il management è però complessivamente migliore di altre case, anche se «senza Chrysler avremmo sofferto in Europa le pene dell’inferno». L’incontro con il presidente Mario Monti avrà certamente un seguito, si sta cercando di mettere in atto un provvedimento utile per tutte le aziende italiane, la soluzione poggia sull’alleggerimento del peso fiscale, per favorire le esportazioni. Marchionne da una parte guarda al mercato («la discesa in Europa non è finita, ma forse ha toccato il fondo. L’Italia a fine anno non arriverà a 1,4 milioni di macchine: ho rallentato le scelte di nuovi prodotti aspettando maggiore chiarezza per il futuro»); dall’altra rilancia sul fronte europeo («Fiat potrebbe limitare le perdite in Europa nel 2013, rispetto ai 700 milioni previsti quest’anno: molto dipenderà dall’andamento della guerra dei prezzi»).
E secondo il Wall Street Journal «Fiat avrebbe legittimamente già potuto abbandonare l’Italia» e «la chiusura di stabilimenti in Italia avrebbe senso dal punto di vista finanziario». Il giornale americano riporta inoltre una stima di Goldman Sachs, secondo cui Fiat avrebbe bisogno di tagliare 5.400 posti di lavoro per tornare in utile in Europa nel 2014 e «l’impianto di Mirafiori, dove Fiat ha 4.700 dipendenti ma che opera appena al 23% della propria capacità, sembra essere il più vulnerabile».

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