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Marchionne: non chiederemo aiuti

PARIGI — Senza partner industriali che si siano fatti avanti per saturare gli impianti italiani, senza aiuti di Stato che anche ieri ha orgogliosamente rifiutato, senza una politica europea che consenta di gestire in modo soft l’eccesso di capacità produttiva, senza una collaborazione con gli altri costruttori del Vecchio continente, oggi più divisi che mai, la Fiat punta tutte le sue carte sul Nordamerica per uscire dalla crisi. Sospende gli investimenti in Europa e si prepara, se è il caso, a lasciare anche l’Acea, l’associazione dei costruttori europei dove ormai lo scontro tra Torino e Wolsburg, quartier generale della Volkswagen, è al calor bianco. Solo questa mattina si capirà se la minaccia di Sergio Marchionne diventerà realtà. Ma certo, se davvero la Fiat lasciasse l’Acea, il passaggio simbolico darebbe fiato al partito di coloro che accusano da tempo l’ad del Lingotto e i suoi azionisti di voler abbandonare l’Europa a vantaggio dell’altra sponda dell’Atlantico.
Tutto questo precipita nella prima delle due giornate stampa del Salone dell’auto di Parigi, tra auto luccicanti e annunci trionfanti mentre fuori dai padiglioni il mercato continentale piange e vendere un’automobile è diventato uno sport estremo. Marchionne spiega che «il momento è delicato, ogni investimento può diventare un bagno per chi mette i soldi», e si mostra molto scettico sulla scelta opposta di chi in questo momento continua a investire: «I tedeschi lo fanno? Vedremo i risultati tra qualche tempo». Accantonata la polemica con Della Valle («ho deciso di non parlarne più») , il manager di Torino affronta la questione degli aiuti di Stato: «Non li abbiamo chiesti, non abbiamo chiesto finanziamenti di alcun genere». Che cosa vuole dunque la Fiat? «Che l’Italia si liberi dalle zavorre che le impediscono di essere competitiva». Rientrano in questo capitolo anche gli sgravi fiscali alle imprese che esportano fuori dall’Europa, una dei temi toccati nell’incontro di sabato scorso a Palazzo Chigi: «Abbiamo già nominato i nostri esperti che partecipano al tavolo presso il ministero dello Sviluppo», conferma Marchionne.
Nel momento delicato non c’è spazio per le polemiche di ieri. Il manager nega una responsabilità della Fiom nella scelta di ritirare il piano Fabbrica Italia: «Quella scelta non dipende dalla Fiom. Dipende dal mercato prima di tutto. Poi dipende dal fatto che dopo 19 lettere di richiesta di chiarimento da parte della Consob, abbiamo ritirato il nome per evitare la ventesima». Tra gli investimenti fermati in Italia, spiega Marchionne, c’è anche quello per la produzione dei due suv di Mirafiori: «Il miliardo per l’investimento a Mirafiori non l’ho ancora messo. E non è detto che si debba costruire un suv. Voglio avere le mani libere sui modelli da produrre. Dipende anche dai tassi di cambio con il dollaro». E’ evidente che se i margini fossero risicati converrebbe realizzare in Italia modelli a maggior valore aggiunto rispetto a quello di un minisuv.
Condizioni più favorevoli «e meno penalizzanti per i settori dell’automobile e del lusso», le chiede anche Luca di Montezemolo nella conferenza stampa Ferrari in cui illustra un altro anno record e sottolinea quanto sia pesante il peso fiscale su tutte le auto, dalle utilitarie ai modelli di Maranello. Montezemolo dribbla le domande sulla sua eventuale discesa in campo in politica: «L’ho consigliato di non farlo», commenta Marchionne. E lui replica: «Ascolto quasi sempre i consigli degli amici».

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