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Marchionne: no agli sconti Volkswagen

MILANO — «Un bagno di sangue sui prezzi e sui margini». Sergio Marchionne parla con l’Herald Tribune della crisi che sta devastando l’auto in Europa e, nel suo mirino, finisce ancora Volkswagen. Questa volta non sono però le frecciate, pur velenose, che Torino e Wolfsburg si scambiano ormai da anni. Non c’entrano i tedeschi che vogliono l’Alfa e gli italiani che rispondono «ve lo sognate». Il punto è molto più concreto. L’affondo molto più pesante. Dice il numero uno Fiat-Chrysler che, se il mercato continentale è in una «situazione mai vista così negativa», le cause sono certamente la recessione, la speculazione, le indecisioni che affossano l’intera Ue. Ma aggiunge anche (implicitamente) che viene sparsa benzina, sull’incendio. È «l’aggressiva politica» degli sconti Volkswagen, per Marchionne, a trasformare una crisi che sarebbe comunque pesante nel «bagno di sangue» segnalato mese dopo mese dalle vendite e, ora, dai bilanci semestrali.
Sono poche parole, in fondo. Pesate e, per i non addetti ai lavori, un po’ criptiche. Non è però un mistero il ragionamento che sta dietro l’accusa lanciata dal leader del Lingotto e condivisa (senza andare allo scontro pubblico con Volkswagen) da quasi tutti gli altri costruttori. C’è una guerra selvaggia dei prezzi, nell’Europa dell’auto. È fatta di sconti che arrivano fino al 30%. Porta, soprattutto nelle piccole-medie, a prezzi da perdita sicura. Ed è stata — constatazione — Wolfsburg a scatenarla e alimentarla. Naturalmente, con un obiettivo preciso (nonché legittimo): mandare «gli altri» fuori mercato, strappare clienti, conquistare nuove quote.
È la legge della concorrenza? Certo. Sleale però, non solo spietata, per chi la subisce. E d’altra parte. I tedeschi possono permettersi i maxi ribassi europei sulle citycar (dalla Up alla Golf) perché quel che qui perdono lo recuperano ampiamente su due fronti: la gamma medio alta (in cui sono molto più forti degli altri generalisti) e la massiccia presenza in Asia (di nuovo, punto debole dei concorrenti). Possono anche reggere a lungo: il bilancio presentato ieri preannuncia un rallentamento del ritmo per fine anno, ma intanto nei primi sei mesi ha macinato 6,5 miliardi di utili operativi.
È come dire che il disastro Ue a Volkswagen fa (fin qui?) appena il solletico. E spingere sugli sconti consente di stringere i concorrenti sempre più nell’angolo. Se le vendite sono a picco per tutti — e Marchionne torna a chiedere «una razionalizzazione coordinata» da Bruxelles — sono poi i conti a dare le dimensioni del «bagno di sangue». L’altro ieri sono arrivate le semestrali di Peugeot e Ford. I francesi (la prima vittima, una fabbrica da chiudere e 8 mila dipendenti da tagliare) perdono già 819 milioni. Gli americani hanno più che dimezzato l’utile, a un miliardo di dollari: lo stesso passivo previsto dalla divisione europea a fine anno (404 milioni già a giugno). Opel (Gm) è messa persino peggio. Fiat i conti li presenterà martedì, ma non saranno da buttare, anzi: 965 milioni di trading profit l’attesa degli analisti. Grazie al continuo miglioramento Chrysler (870 milioni), a Ferrari e Maserati, però: perché poi il Lingotto, nella Ue, vede solo un po’ meno «rosso» degli altri. Anche per quel «po’» incassa comunque, ora, gli okay alla linea Marchionne: ieri è stato un report di Mediobanca a ribadire che, «in questo mercato», lanciare nuovi modelli «è un nonsense».

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