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Marchionne: niente tagli, ora gli accordi

di Raffaella Polato

MILANO — «Flessibilità e governabilità degli stabilimenti» in cambio di «condizioni di lavoro migliori e adeguati trattamenti economici». Detta in altri termini: più produttività, più salario. E nessun licenziamento. È la promessa-mantra che Sergio Marchionne ripete da quando è partito con la «rivoluzione Pomigliano». È quello su cui insiste ora, a lettera di disdetta del contratto dei metalmeccanici appena recapitata ai sindacati. Lettera «esclusivamente tecnica», la definisce, e non per giustificarsi: per ribadire «la linearità» di una strada segnata e, dopo l'uscita da Confindustria, «ampiamente attesa dagli addetti ai lavori» .
Dopodiché, non è che il leader Fiat-Chrysler non si aspettasse clamori. È pur sempre la prima azienda privata del Paese che tronca con il vecchio modello di relazioni industriali e passa a un contratto «su misura», di gruppo, discusso in casa invece che ai tavoli nazionali. E su una base, gli accordi-apripista già applicati a Pomigliano, che non può non riaccendere le tensioni di allora. Non sugli stessi livelli di decibel, magari. Ma con prevista replica delle barricate Fiom. Contro il Lingotto. E contro le altre sigle.
Nel primo caso, Maurizio Landini chiede l'intervento del governo e intanto proclama due ore di sciopero nell'intero universo Fiat, non esclude una fermata «anche generale», ripete «non firmeremo mai un accordo che cancella il contratto nazionale e un sindacato». Nel secondo, deve fare i conti con un isolamento sempre più marcato. Se non firmerà, dalle fabbriche sarà fuori. A colpi di scioperi e denunce rischia il consenso tra le sue stesse file. E gli altri sindacati — mentre anche Susanna Camusso attacca Torino ma dice pure: «Io sono per andare a vedere, sfidiamo Marchionne sul miglioramento» — non cominceranno ora a fargli da sponda. Affonda Raffaele Bonanni: «A noi interessano le garanzie occupazionali. Il contratto auto può far guadagnare di più. E noi lo faremo». Rincara Luigi Angeletti: «La disdetta Fiat è coerente. Bisogna avviare subito il tavolo, puntando su produttività e crescita salariale».
È quanto promette Marchionne. Il tavolo ci sarà, già la settimana prossima, e pur se la richiesta ricevuta ieri è firmata solo Fim-Uilm-Fismic-Ugl il Lingotto chiaramente non cadrà nella facile trappola di escludere la Fiom. L'invito arriverà anche a Landini. Ma non lo cita neppure più, il leader Fiat. Non un solo accenno alla polemiche, nel giorno in cui Elsa Fornero — neo ministro «invocata» da Landini — fa capire quale sarà il nuovo stile anche al Welfare: «Non parlo, la questione è delicatissima e richiede grande attenzione alle parole». Non un accenno perché non è più tempo, sono altri i messaggi che oggi interessano a Marchionne: «Il nostro semplice obiettivo è competere con i migliori. Perciò è necessario mettere da parte anni di contrattazione obsoleta. Confermo che, a eccezione di Termini, tutti gli stabilimenti auto in Italia avranno una loro missione: non abbiamo tagliato la nostra forza lavoro nei momenti peggiori, non intendiamo farlo ora. Il nostro orizzonte è lo sviluppo e ci stiamo muovendo nell'unica direzione possibile». Poi sì, il leader Fiat sa che lo scetticismo, dove c'è, rimarrà. Da Pierluigi Bersani, per dire, si prende del «garibaldino». Ma tira dritto. E riconferma: non lascerà l'Italia, anzi, «crediamo che continuare su questa strada sia nostra precisa responsabilità verso i lavoratori Fiat e verso il Paese».
 

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