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Marchionne: la Giulia per il rilancio Alfa «400 mila vetture vendute nel 2018»

Quando Andrea Bocelli intona il “Nessun dorma” è già chiaro: è sulle note finali del “vincerò” che la Giulia, finalmente, si mostrerà. Promessa netta. Messaggio, in fondo, scontato. Quando è Sergio Marchionne, a prendere sul palco il posto del tenore, tanto banale però la scelta non sembra più. L’amministratore delegato di Fiat Chrysler Automobiles dà un secondo livello di lettura, alla colonna sonora che accompagna «il primo giorno di una nuova era Alfa». E, marketing o no, ci sta tutto. Anni e anni – almeno 30, calcola lui – di rilanci garantiti e regolarmente mancati. Di speranze e fallimenti (da cui Marchionne non si chiama fuori). Di «un senso di incompiutezza che gridava vendetta». Morale: «Alfa Romeo è la nostra Turandot. Lo è per la sua genesi travagliata, di capolavoro rimasto per diverso tempo incompiuto. Ma lo è soprattutto per la trasformazione eccezionale che ha preso vita in questi due anni. Da principessa di ghiaccio, da progetto in perenne divenire, a questo trionfo d’arte e passione». 
Quel trionfo d’arte e passione dovrà, ora, trasformarsi in un meno semplice trionfo di mercato. Perché è vero: il risultato portato a casa dagli «skunks», la squadra che per due anni ha lavorato in capannoni fantasma sparsi per l’Italia e senza vincoli che non fossero il segreto assoluto, è tale che dopo Bmw anche Mercedes si complimenta per la Giulia. E sarà pur solo, nell’uno e nell’altro caso, soprattutto l’occasione per una frecciata alla terza tedesca, Volkswagen. Fatto è che il tweet include il pieno riconoscimento di un obiettivo tecnologico, motoristico, di stile evidentemente centrato.
«Bentornata a correre insieme, Alfa», scrivono da Mercedes. Anticipando di poco un altro «bentornata», quello twittato poco dopo dal premier Matteo Renzi. Che nella Giulia vede legge l’«orgoglio Italia che riparte», come da promesse – e a questo punto fatti – del tandem Marchionne-Elkann. L’auto che l’amministratore delegato aveva annunciato per il 2012, salvo stracciare ogni progetto precedente all’intervento degli «skunks» perché «questa non è un’Alfa», dai ritardi è uscita con il dna da tempo perduto. E davvero oggi, «primo giorno di una nuova era», può proporsi come «uno dei più importanti paladini dell’italianità nel mondo». In ogni senso: qui è stata creata; qui, in una Cassino che si avvia a tornare alla piena occupazione, verrà prodotta; da qui partirà per l’obiettivo «mercati globali».
Non sarà facile. Marchionne riconosce che l’obiettivo di 400 mila auto vendute nel 2018 sarebbe, «in un percorso di crescita normale e per qualunque altro brand», un traguardo «impossibile da sostenere e giustificare». Ma Fca ci è già riuscita una volta: con Jeep. Il marchio Alfa, giura, ha la stessa «forza, qualità, ambizioni: quelle di un Numero Uno».
Eccole, le parole chiave. Numero Uno. L’ambizione non è solo dell’Alfa o di Jeep. È dell’intero gruppo. Il leader di Fiat Chrysler nega di aver avuto contatti con gli azionisti di General Motors («No»), dribbla sulle voci di possibili offerte ostili («Di ostile vedo solo un’industria che continua a bruciare capitali»), smentisce di essere pronto a presentare proposte («Siamo molto lontani da uno scenario di questo tipo»). Ma è chiaro che il dossier fusioni – con Gm o qualcun altro – è lì, sul tavolo, caldissimo. Che nemmeno questa sarà un’estate di ritmi rallentati, per l’amministratore delegato. O per John Elkann. E se è vero che lui, il presidente di Fca, è assorbito soprattutto dalla guerra per conquistare al portafoglio Exor il colosso delle riassicurazioni PartnerRe, può farlo non soltanto perché in Fiat Chrysler ha SuperSergio (come lo chiamano nell’ambiente). Il punto vero è una questione di strategia di investimenti. E a chi, periodicamente, lo accusa di essere pronto a mollare Fca e l’Italia, la risposta è quella ripetuta anche ieri sera ad Arese, da quel Museo Alfa che secondo i più non sarebbe mai nato. «La famiglia Agnelli costruisce auto da più di un secolo. È il nostro mestiere oggi e per il futuro». Detto con tutto l’orgoglio per la Giulia appena presentata.

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