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Marchionne: la Fiom? È un partito

di Massimo Gaggi

WASHINGTON — «L'unica cosa che non accetteremo mai è mettere in pericolo il nostro diritto alla vita. Fiat e Chrysler hanno lottato, sono riuscite a sopravvivere a crisi che sembravano mortali. Chi sa sopravvivere, i "survivor", ha una forza particolare: è forgiato dalla sua stessa esperienza. Non accetteremo di essere bloccati in Italia dalla Fiom che rappresenta una minoranza, un decimo della forza lavoro. Un sindacato che ha scelto fin dall'inizio l'antagonismo, che ha posizioni ideologiche ispirate al comunismo e cerca di preservare il Contratto collettivo nazionale di lavoro: un documento contrattuale generico che risale al 1927, concepito sotto il fascismo».
Sergio Marchionne arriva a Washington, alla riunione del Consiglio per le relazioni Italia-Usa, direttamente da Torino dove il giorno prima si è tenuta la prima riunione azienda-sindacati sulle nuove regole contrattuali. E racconta che là fuori appena cinquanta attivisti con la bandiera rossa hanno contestato intese accettate dalla maggioranza che regolano la vita del gruppo industriale e dei suoi ottantamila dipendenti.
L'amministratore delegato dei due gruppi che, combinati, costituiscono oggi il quinto produttore automobilistico del mondo, ha esordito esprimendo tutta la sua preoccupazione per la gravità di una crisi che sta mettendo con le spalle al muro l'Italia e tutta l'area dell'euro, manifestando, poi, la sua fiducia in Mario Monti: l'uomo giusto «per le sue qualità e la credibilità internazionale di cui gode».
Poi, però, Marchionne si è concentrato sul futuro di Fiat e Chrysler. E, ancora una volta, ha sottolineato come, davanti a un mondo che continua a cambiare alla velocità della luce, l'azienda americana si è sforzata con successo (anche attraverso il confronto teso ma costruttivo con un'unica centrale sindacale) di adeguarsi alla nuova realtà. In Italia, invece, il gruppo torinese continua a trovare troppi ostacoli.
Da "survivor", Marchionne rivendica il diritto di parlare in modo molto diretto, anche se in questo modo si fa nemici non solo nel sindacato, ma anche tra chi pensa che il vecchio sistema del «welfare all'italiana» vada preservato anche se la nuova realtà dei mercati lo rende insostenibile: nella visione del manager, infatti, troppi livelli di intermediazione tra azienda e lavoratore portano a compromessi insostenibili, spingono al rinvio dei problemi. Oltre che ai sindacati, il capo di Fiat e Chrysler sicuramente pensa anche al coinvolgimento del governo e al filtro della stessa Confindustria.
Marchionne critica apertamente il leader della Cgil Susanna Camusso: «Ha chiesto a Monti di obbligare la Fiat a rivelare i suoi piani pluriennali d'investimento. In tanti anni, occupandomi di imprese in ogni parte del mondo, non ho mai visto niente di simile. È intollerabile, il frutto di una mentalità distorta. E, poi, che c'entra il governo? Lasciate stare quel poveruomo, con tutti i problemi che ha: se mi trovo in difficoltà i problemi me li risolve lui? Ci sono zero possibilità. La verità è che dobbiamo contare solo su noi stessi. E anche a Termini Imerese alla fine abbiamo pagato noi».
Un intervento in puro «stile Marchionne»: parole taglienti accompagnate da slide suggestive, qualche pugno nello stomaco («siamo una multinazionale, se non ci fanno lavorare in Italia troveremo soluzioni altrove»), citazioni letterarie (stavolta è l'Anna Karenina di «tutte le famiglie felici si assomigliano tra loro; ogni famiglia infelice lo è a modo suo»). E anche un finale nel quale nonostante le enormi difficoltà del quadro attuale, Marchionne cerca di vedere un po' di luce in fondo al tunnel, perché «l'uomo può vivere 40 giorni senza cibo, 4 giorni senza acqua, 4 minuti senz'aria, ma nessuno può vivere 4 secondi senza speranza».
Speranza ma anche realismo. Molte multinazionali stanno preparando i «contingency plan», piani d'emergenza nell'eventualità di un improvviso collasso dell'euro. E Fiat-Chrysler? «Non siamo diversi dalle altre multinazionali: ci stiamo preparando anche noi all'evenienza peggiore» risponde Marchionne. Fiat continua a puntare sull'Italia, ma se salta l'euro probabilmente sospenderà gli investimenti.
 

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