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Marchionne: incontreremo la Fiom

L’investimento vale 700 milioni ed è già partito. Ma rischia anche di essere l’ultimo per lungo, lungo tempo in Italia. Perché nel frattempo la Corte Costituzionale ha «ribaltato l’indirizzo espresso in numerose altre occasioni» e cassato come «illegittimo», dopo 17 anni, l’articolo 19 dello Statuto dei Lavoratori. Perche l’azzeramento ha creato un vuoto nelle norme sulla rappresentanza. E perché la Fiom, chiedendo un incontro a Sergio Marchionne e porgendo un’apparente offerta di collaborazione (via mail, lunedì), nella sentenza si è infilata per sollecitare di fatto la riapertura del contratto Fiat. E questo, per il leader del Lingotto, resta inaccettabile. A Maurizio Landini risponde che certo, «siamo più che disposti a incontrarli» (contro-commento: un laconico «è una buona notizia»). Ma «con la speranza che anche loro riconoscano che in gioco c’è la possibilità di far rinascere un sistema industriale». E dunque «tenendo come dato acquisito che non possiamo assolutamente mettere in discussione accordi già presi dalla maggioranza e cruciali nel dar vita a realtà di livello europeo».

Danno naturalmente man forte, al numero uno Fiat-Chrysler, gli altri sindacati. Anche Raffaele Bonanni, Luigi Angeletti, Roberto Di Maulo, Giovanni Centrella sono ad Atessa. Con i 6 mila dipendenti Sevel, le autorità locali e il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Giovanni Legnini, ascoltano in diretta il previsto annuncio. Qui, Abruzzo, «terra che è anche la mia», sul piatto della joint venture Fiat-Psa ci sono 700 milioni. Saranno spesi tutti: Torino vuole che il più grande stabilimento europeo di veicoli commerciali diventi ancora più grande, rafforzi la sua leadership, potenzi le sinergie con Chrysler (succede già: spedisce in Messico componenti per il «Ducato americano»). Però poi i leader di Cisl, Uil, Fismic e Ugl vedono Marchionne in privato. E si sentono confermare, senza giri di parole, quel che già tutti avevano intuito. Ossia: «Senza regole certe» questo è, appunto, l’ultimo investimento. Mirafiori e Cassino rischiano di restare «appese». L’Alfa, per il rilancio, potrebbe «emigrare».

Non succederà, giurano Bonanni, Angeletti e gli altri: «Come sempre il nostro appoggio ci sarà». Ma sanno che la variabile «Fiom post Consulta» non è di poco conto. Ripete, Marchionne: «La Fiat può prendersi tutti i rischi legati ai cicli economici e ai mercati, e finora lo abbiamo fatto. Quel che non possiamo assolutamente fare è prenderci il rischio di un sistema che non garantisce norme certe. Questo non è più fare impresa. E’ giocare alla roulette russa». Dunque: «Prima di avviare qualunque altra iniziativa in Italia, abbiamo bisogno di un quadro affidabile. Di sapere che gli accordi vengono rispettati».

E’ una chiara, ribadita richiesta di intervento legislativo sulla rappresentanza: «Spetta al governo trovare una soluzione all’incertezza». Ma c’è, insieme, la rivendicazione delle «scelte coraggiose» fatte da «un’azienda che si trascina i pregiudizi di vent’anni fa». Vivere «alle spalle dello Stato»? Una volta per tutte: «Dal 2004 Fiat e Fiat Industrial hanno investito in Italia 23,5 miliardi. Agevolazioni pubbliche: 742 milioni. E, malgrado il contesto economico negativo, non vogliamo mettere in discussione gli investimenti fatti». Proprio perciò, però, pesa pure un altro «contesto»: «Non possiamo accettare che comportamenti violenti, di boicottaggio del nostro impegno, vengano considerati “esercizio di diritti” anche da autorevoli istituzioni». Riferimento alla presidente della Camera, Laura Boldrini? Forse non solo. E’ comunque appena un accenno, qualcosa da mettere alle spalle: «L’Italia ha bisogno di un grande sforzo collettivo». Concetto che include il «ritrovare la pace sindacale». Ma qui, a sforzarsi, dovranno essere (basterebbero) in due. Si potrà fare, tra Marchionne e Landini?

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