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Marchionne in Fiat-Chrysler fino al 2017

DETROIT (Michigan) — La pensione è ancora lontana per il 61enne Sergio Marchionne che, come ha chiarito ieri lo stesso presidente John Elkann, resterà amministratore delegato di Fiat-Chrysler almeno fino al completamento del piano triennale che lancerà a maggio, cioè fino a 2017. E lo guiderà dagli Usa. La decisione sul nuovo quartier generale verrà a fine mese, ma l’analisi di Marchionne è chiara: va scelta la sede con le migliori possibilità di accesso al mercato dei capitali «e gli Stati Uniti sono per definizione quelli che offrono i maggiori vantaggi».
Abituati ai manager Usa che in genere si ritirano piuttosto presto (Jack Welch, artefice del rilancio General Electric, recita da quasi 14 anni la parte del guru in quiescenza), i media americani da tempo ipotizzavano un’uscita di scena, una volta completata la fusione avviata nel 2009. Magari per indossare una casacca diversa (qualcuno aveva parlato addirittura di General Motors). Niente di tutto questo: Marchionne (che pure una volta aveva parlato di ritiro dopo il 2015) deve essere stufo dell’etichetta di pokerista e «dealmaker» affibbiata da qualche columnist che pensa a lui come a un campione del «mordi e fuggi». Il manager italo-canadese ora sembra deciso a cimentarsi nel ruolo di costruttore di imperi. E per quello che nascerà dalla fusione tra Fiat e Chrysler ha in mente alcuni punti chiari enunciati al Salone di Detroit.
Il nuovo gruppo avrà cuore americano perché qui è il mercato, qui ci sono l’economia e il sistema produttivo che meglio hanno reagito alla crisi e qui è il mercato dei capitali più fluido. Il futuro degli stabilimenti italiani è comunque assicurato, ma Marchionne non si aspetta, a breve, una ripresa significativa dell’Europa: per continuare a correre, ha spiegato, a Fiat-Chrysler bastano un paio di grossi mercati. E, visto che anche il Brasile dà segni di stanchezza dopo una lunga galoppata, il leader probabilmente pensa alle nuove scommesse in Asia, Cina in testa, oltre che agli Stati Uniti. Quanto ai prodotti, inutile scannarsi con gli asiatici sulle utilitarie supereconomiche: si punterà sempre più sul segmento «premium», il mercato delle vetture di alta qualità (e alto valore aggiunto), lasciato in passato nelle mani di Mercedes, Bmw e Audi. Una battaglia che verrà combattuta puntando su Alfa e Maserati, oltre che sulle piccole di tendenza come la Cinquecento. La cosa migliore che si può fare per l’Italia, dice Marchionne, è rendere globali i suoi marchi.
Ferrari nel cofano Alfa
Il piano sarà centrato soprattutto sul rilancio del Biscione che dovrà riconquistare una capacità di penetrazione globale, dagli Usa all’Asia, grazie alla forza della rete del nuovo gruppo. Ma bisognerà anche tornare al vero carattere Alfa. Perciò niente più motori in condominio con Fiat (salvo per i modelli più piccoli): per architettura e motorizzazioni si punterà su soluzioni esclusivamente Alfa sfruttando anche tutta l’esperienza della Ferrari.
Il nuovo quartier generale
La sede e il nome (nel quale, comunque, compariranno sia la parola Fiat che Chrysler) verranno decise dal consiglio del 29 gennaio. Marchionne ed Elkann hanno cercato di sdrammatizzare spiegando che l’eventuale collocazione del ponte di comando fuori dal nostro Paese non comprometterà la presenza Fiat in Italia né avrà motivazioni fiscali: «Non cerchiamo di pagare meno tasse», ha spiegato Marchionne. «La Cnh paga in Italia le tasse per i camion che produce a Brescia anche se adesso ha sede altrove. E poi con le perdite del passato la Fiat ha accumulato tanti crediti fiscali che dovrebbe fare per vent’anni i profitti della Volkswagen per riassorbirli tutti». Pochi i dubbi su una sede Usa: «Cerchiamo la soluzione migliore in termini di accesso al mercato dei capitali, di possibilità di finanziare in modo fluido i nostri investimenti». E qui un’altra conferma: niente aumento di capitale, una soluzione che distruggerebbe valore, mentre è visto con favore (ma non è scontato) il ricorso a un prestito convertendo.
Il sollievo di Elkann
«Per me questo è un giorno felice» ha detto il presidente. «Sono arrivato a Torino vent’anni fa per studiare ingegneria e da allora ho vissuto molti brutti momenti. La vita del gruppo è stata spesso precaria. Ma negli ultimi dieci anni siamo stati un esempio di rapporto costruttivo con la politica perché abbiamo investito in Italia senza chiedere nulla al governo. E, dopo le decisioni dei giorni scorsi, per la prima volta oggi ho la certezza che la Fiat ha davanti a sé quel futuro fatto di realtà positive che fino a qualche tempo fa potevamo solo sognare».

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