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Marchionne: «Fusioni inevitabili»

«Confessioni di un capital junkie» – Confessioni di un drogato del capitale. Così Sergio Marchionne ha intitolato la sua presentazione agli analisti in cui critica l’incapacità del settore di ripagare il capitale investito e ripropone la sua ricetta: fusioni tra i big per suddividere il peso degli investimenti.
Il top manager di Fca è partito da lontano, ricordando come i costruttori generalisti investano (dati 2014) oltre 100 miliardi di euro l’anno con un ritorno sul capitale investito (Roic) dell’8% circa, inferiore al 9% speso per procurarsi i capitali (a differenza di molti altri settori). La soluzione? Quella già proposta più volte negli ultimi mesi: i big del settore dovrebbero fondersi, risparmiando così su costi elevati per lo sviluppo di nuovi modelli e nuovi motori. Marchionne stima che un matrimonio fra Fca e un altro costruttore permetterebbe di risparmiare «fra 2,5 e 4,5 miliardi di euro l’anno». «Il consolidamento comporta grandi rischi, ma i benefici sono troppo grandi per ignorarli» conclude Marchionne.
Gli analisti che hanno partecipato alla conferenza erano d’accordo sulla teoria ma hanno avanzato una serie di dubbi. In primo luogo, le avance finora formulate da Marchionne sono cadute nel vuoto. Da Mary Barra, amministratore delegato di General Motors, e Bill Ford, la sostanza delle risposte è stata un cortese «no, grazie»; Carlos Tavares, di Peugeot, ha detto in una recente intervista «per ora no, grazie». E Volkswagen ha visto sabato scorso le dimissioni del presidente Ferdinand Piëch, grande fautore dell’espansione per acquisizioni e “tifoso” di un marchio come Alfa Romeo, dopo aver già messo in carniere Lamborghini e Ducati. Il cambio al vertice di Vw rende meno probabili – ritengono gli analisti – nuove operazioni su larga scala.
Perché rilanciare quando i concorrenti non ci stanno? All’inizio della presentazione, Marchionne ha messo le mani avanti sulle possibili interpretazioni: «Questo non è un cartello “Fca vendesi”, non è per noi una questione di vita o di morte, non è una revisione del nostro piano quinquennale (che resta saldo) né sarà il mio ultimo grande deal». E rispondendo a una domanda, ha scoperto le carte: «La mia speranza è di parlare al mercato dei capitali; è lui che in questo contesto deve spingere per il cambiamento».
Marchionne parla insomma a Wall Street, quella comunità finanziaria che nei mesi scorsi ha «costretto» General Motors ad avviare in tutta fretta un piano di buy back; proprio Gm, tornata una public company, sembra il bersaglio più naturale della sua strategia, una stategia senza la quale – ammette il manager Fca – «saremmo destinati a scomparire: è una battaglia per la sopravvivenza». «Guardate i numeri di Volkswagen e Toyota – ha aggiunto -: ci vorrebbe una vita per arrivarci, anche lavorando alla perfezione. Perché non dovremmo cercare una scorciatoia»?
Se non la stanno a sentire, potrebbe lanciare il suo messaggio alla Apple se dovesse decidere di entrare nel settore? «È possibile». Ma Apple e soci hanno un modello di business molto più «leggero», che delega all’esterno il grosso della produzione; potreste applicarlo anche voi? «È un modello di business fantastico, ma in un settore come il nostro dominato dagli ingegneri è impossibile…».
Il tema del consolidamento non è stato l’unico della conferenza, durante la quale è stato per esempio annunciato che la quotazione di Ferrari in Borsa resta prevista per il 3° trimestre, ma lo scorporo delle azioni del Cavallino da Fca arriverà solo nei primi giorni del 2016, e non entro la fine di quest’anno; anche il bilancio 2015 di Fca, dunque, conterrà per intero i risultati del Cavallino.
Le azioni Fiat Chrysler, dopo aver oscillato attorno alla parità anche dopo l’annuncio dei risultati, sono scivolate dopo il dato deludente sul Pil Usa – un dato rilevante per un gruppo ormai soprattutto americano. Il -4,65% di ieri a 14,15 euro (peggior titolo del Ftse-Mib) porta al 7,5% il calo in due sedute.

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