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Marchionne frena sugli Usa Romani: dica cosa farà in Italia

di Raffaella Polato

MILANO— Stupito (almeno a parole) della «reazione esagerata» . Stupito perché «nessuna decisione è stata presa sulla governance e sulla sede del quartier generale» . Di più: «È un tema che non sarà affrontato prima del 2014» . Conferma, Sergio Marchionne, che sul futuro di Fiat-Chrysler lui «deve» essere aperto a qualsiasi ipotesi. E non smentisce che, quando sarà il momento, la «nuova entità» postfusione «potrebbe» (come aveva buttato lì venerdì scorso scatenando il putiferio in Italia) avere la propria base legale negli Usa. Da Chicago ripete però che «niente è deciso» e, soprattutto, niente lo sarà nei prossimi tre anni. Un periodo che, probabilmente non a caso, coincide con la scadenza dei piani industriali sia del Lingotto sia di Auburn Hills. Perciò Marchionne definisce «esagerate le reazioni e le preoccupazioni» italiane. E tuttavia sa bene perché quelle parole pronunciate a San Francisco siano rimbalzate qui con l’effetto di una bomba. Forse gli sono solo scappate (come quelle sui «tassi da usura» , 11%medio, che Chrysler deve pagare ai governi di Usa e Canada e che l’hanno costretto a chiedere pubblicamente scusa): in fondo, davanti aveva un pubblico americano, sensibile quanto quello italiano al tema «quartier generale» . Ma, scivolone comunicazionale o no, il risultato non cambia. Ha incendiato politica e sindacato. Ha alimentato le polemiche Fiom e seminato imbarazzo nelle file Cisl, Uil, Fismic, Ugl. Gli «costa» una convocazione a Palazzo Chigi. Lì, ha chiosato in serata Paolo Romani davanti alla correzione, dovrà scoprire le carte. «È arrivato il momento— ha detto il ministro dello Sviluppo economico a «Porta a Porta» — che Fiat ci dica quali sono le strategie industriali nel nostro Paese» . A questo punto, bisogna vedere quello che sabato dirà a Silvio Berlusconi e ai ministri (Giulio Tremonti, Maurizio Sacconi, Gianni Letta e lo stesso Romani) da cui è atteso per il «chiarimento» . Conferma degli investimenti. Necessità di un quadro esterno che favorisca competitività e flessibilità. Riconoscimento che misure (apprezzate) come la detassazione al 10%del salario di produttività vanno in questa direzione. Quanto al tema scottante, «Fiat in Italia» : nella logica della multinazionale ci sono, certo, i tre o quattro «centri direzionali» ricordati anche da John Elkann, ma Torino resterà la base europea e il cuore tecnologico (in simbiosi con Detroit). Per ogni altro discorso, se ne riparlerà appunto «dal 2014» . Del resto: i primi investimenti sono partiti, Pomigliano entro un paio di mesi comincerà le «riassunzioni» , a Mirafiori il polo Alfa-Jeep è avviato. Non basterà a spazzar via i timori riaccesi dallo stesso Marchionne né a fermare le polemiche (ieri la Fiom non ha firmato l’accordo sulla cassa integrazione straordinaria che, dal 14, accompagnerà Mirafiori verso la ristrutturazione). Sul piatto italiano però l’amministratore delegato — che negli Usa sta lavorando alla rinegoziazione del debito Chrysler e in Polonia vede il faro Ue accendersi sugli aiuti pubblici— può mettere il fresco giudizio di Moody’s. Dopo lo spin off qualcuno si attendeva un ribasso. C’è invece la conferma del rating (Ba1, con outlook comunque negativo) sulla base dei conti «migliori delle attese» e della fiducia nei nuovi modelli in arrivo: grazie ai quali, scrive l’agenzia, «nei prossimi due anni Fiat potrà prima ridurre le perdite di quote in Europa e poi riguadagnare mercato» .

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