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Marchionne: Fiat solida Della Valle: improvvisati

Diego Della Valle torna ad attaccare i vertici Fiat: «Improvvisati, presi con le mani nella marmellata». E Sergio Marchionne replica duramente: «Non parliamo di gente che fa borse. La smetta di rompere le scatole». Alla fine è Luca Cordero di Montezemolo a commentare così: «Siccome parliamo di persone di qualità, spero ci sia un confronto serio e non fatto di polemiche né di battute».
Il botta e risposta è cominciato ieri mattina. A Milano, in un convegno alla Università Bocconi, l’imprenditore della Tod’s (che nei giorni scorsi ha definito Marchionne «il vero problema della Fiat») si riferisce ai vertici della Fiat definendoli «chiacchieroni». «Se qualcuno viene dall’estero, tipo la Volkswagen, farà belle macchine. La crisi esiste per chi non ha nulla da vendere. Questi improvvisati della Fiat vogliono raccontarci che in Italia non conviene più fare automobili e dicono a noi imprenditori seri che non si può innovare in tempo di crisi». E prosegue: «Sono stati beccati con le mani nella marmellata», nel senso che la Fiat «voleva andare via dall’Italia e faceva lavorare gli uffici stampa più degli uffici progettazione». Punto sul quale tornerà dopo ribadendo che la famiglia Agnelli «ha deciso a suo tempo di abbandonare questo Paese».
Più o meno nello stesso momento Marchionne (senza barba) a Torino all’assemblea dell’Unione industriale afferma: «La verità è che non siamo malati. La Fiat nel suo insieme è sana e in ottima forma». E conferma i target per il 2012. Il top manager conferma poi l’«impegno di Fiat verso questo Paese», e aggiunge: «Ben venga la Volkswagen. Ma l’Alfa Romeo non è in vendita» e bolla l’eventuale interesse come «spacconate tedesche». Poi, uscito dall’assemblea, con i cronisti risponde a Della Valle: «Non parliamo di gente che fa borse, io faccio vetture. Quanto lui investe in un anno in ricerca e sviluppo, noi non ci facciamo nemmeno una parte di un parafango. La smetta di rompere le scatole». E aggiunge: «Il fatto di attaccarsi allo straniero come salvatore dell’Italia è la più grande pirlata che abbia mai sentito in vita mia». Quindi si rivolge a Volkswagen: «L’Alfa non gliela do. Loro un grande problema ce l’hanno con la Seat, se lo vadano a risolvere altrove con le loro forze».
Lo «scambio» non finisce qui. Quando l’imprenditore della Tod’s esce dal convegno dice ai cronisti sulle parole che provengono da Torino: «Non bisogna dare risposte a Della Valle ma agli operai che aspettano un posto di lavoro e al governo che con la Fiat ha preso degli impegni».
I «duellanti» però non si sono limitati al loro «ring». Della Valle attacca i patti di sindacato (con riferimento implicito a Mediobanca e Rcs): «Il mercato ha già spazzato via la logica delle messe cantate fra poche persone. Conosco tante brave persone imbarazzate a farne parte». Marchionne invece sottolinea che «tra aprile 2010 e ottobre 2011, Fiat ha ricevuto una raffica di richieste dalla Consob, 19 lettere, in cui si chiedevano i dettagli finanziari e tecnici su Fabbrica Italia, «Giunti all’esasperazione, abbiamo emesso un comunicato ritirando Fabbrica Italia e indicando che non avremmo mai più usato quella dicitura né fornito informazioni su investimenti o tempi». Da Consob la replica: l’authority «ha solo fatto il proprio lavoro». In quel periodo, viene precisato, Fiat era a una svolta epocale: aveva comprato Chrysler, deciso la scissione, era oggetto di variazioni di rating e al centro di voci price-sensitive.
Il top manager Fiat chiede poi al governo di «fare la sua parte per rimuovere le zavorre che stanno ancorando il nostro Paese al passato». Definisce soddisfacente l’incontro di sabato con l’esecutivo. Dello stesso parere il ministro dello Sviluppo Corrado Passera, che tuttavia a Milano rileva: «Abbiamo illustrato alcune preoccupazioni gravi perché l’andamento delle quote di mercato in Europa e in Italia fa pensare a decisioni di investimento non adeguate. La risposta è stata che il piano d’investimenti probabilmente sarà ridotto fino a quando si rivedrà la luce. E questo è stato uno dei punti di minor condivisione della riunione».

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