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Marchionne alza i target Fiat Chrysler «Google? Non sarà l’ultimo accordo»

«Gli obiettivi al 2018 sono raggiungibili» e, anzi, «un certo numero di questi target è sostanzialmente migliorabile rispetto a quando è stato lanciato il piano strategico». Era, allora, il 2014. Adesso, a metà strada, Sergio Marchionne dispone di una base con sufficiente visibilità sui prossimi due anni per promettere che Fiat Chrysler Automobiles sarà in grado di rispettare — e probabilmente almeno in parte superare — il programma da lui stesso aveva definito «non per deboli di cuore».

Quella base la forniscono i conti trimestrali e semestrali approvati ieri. Pur con qualche ombra — fatturato aprile-giugno in leggero calo, utili operativi scesi nell’identico periodo del 14% a causa, soprattutto, dei costi di richiamo che negli Usa hanno colpito tutti i gruppi automobilistici — sono consuntivi che consentono a Marchionne di rivedere al rialzo, intanto, gli obiettivi 2016. Così: i ricavi, fin qui previsti oltre i 110 miliardi, dovrebbero in realtà superare i 112; la stima del risultato operativo sale da «oltre 5 miliardi» a «oltre 5,5»; l’utile netto adjusted , ossia prima delle poste straordinarie, è visto da «oltre 1,9» a «oltre 2 miliardi». Invariato rimane soltanto il traguardo (ambizioso) dell’indebitamento industriale: sotto i 5 miliardi (al 30 giugno era a 5,4, dai 5,049 di un anno fa e dai 6,6 di fine 2015).

Può migliorare, la guidance 2016, «grazie alla forte performance operativa del primo semestre», per usare le parole del comunicato diffuso al termine del consiglio presieduto da John Elkann. In effetti. C’è, è vero, uno stop alla crescita del fatturato: tra crisi brasiliana, fase di passaggio dall’export alla produzione locale in Cina ed effetto-cambio, i ricavi trimestrali scendono da 28,5 a 27,9 miliardi nel trimestre e restano sostanzialmente stabili (52,4 miliardi) nei sei mesi.

Ciò nonostante, in due dei suoi principali mercati Fca aumenta le quote: al 6,8% in Europa, la cui ripresa consente di assorbire ampiamente i cali del Brasile (dove Fiat Chrysler rimane comunque leader con il 17,8%); al 12,7% negli Stati Uniti (e qui, come per il fatturato, il dato è «pulito»: il giochino che sta costando al gruppo qualche punto d’immagine negli States, fatto a livello di concessionari con anticipi e spostamenti da un mese all’altro di vendite comunque reali, serviva soltanto a gonfiare una striscia di record mensili che si era in realtà fermata già a settembre 2013).

Conta tuttavia relativamente — anche se ha pesato nel portare in altalena il titolo, partito al rialzo e finito a -1,9% — il fatto che i ricavi siano rimasti in sostanza stabili. Il segnale più importante è la conferma di un trend di netto miglioramento dei tassi di redditività. In altre parole: le auto vendute sono più o meno le stesse (il totale gennaio-giugno è di 2.261 vetture contro le 2.284 dello stesso periodo 2015), ma grazie alla «strategia premium» i margini di guadagno rafforzano la tendenza al rialzo. Dunque, se è vero che i costi delle campagne di richiamo negli Usa fanno scendere l’utile operativo trimestrale del 14%, a 1,060 miliardi, è vero pure che al netto di quegli accantonamenti straordinari la cifra (l’ Ebit adjusted ) sale del 16%, a 1,6 miliardi. Ancora più evidente l’aumento del risultato finale: utile netto su del 25%, a 321 milioni, utile netto rettificato in crescita del 91%, a 709 milioni. Sul semestre i tassi di miglioramenti salgono ulteriormente: +23% il risultato operativo, a 2,3 miliardi, e +43% l’Ebit adjusted , che supera il tetto dei 3 miliardi; +181% l’utile netto e +207% l’utile netto adjusted, arrivati rispettivamente a 799 milioni e 1,237 miliardi.

A questo punto, il test saranno le performance dei nuovi prodotti. Da Alfa Giulia e Maserati Levante, che ha appena portato la produzione da cento a 130-140 auto al giorno, un Marchionne convinto e «fiducioso» si aspetta che «ci permetteranno di aumentare i margini». Nel frattempo, il numero uno di Fiat Chrysler non smette di «studiare» le potenzialità dell’hi-tech. Da Londra, conferma di aver aperto «diverse discussioni» e di sperare che «l’accordo con Google non sia l’ultimo». Anche perché, ripete, «una delle cose peggiori che possiamo fare è impegnare capitali in modo inequivocabile su una specifica tecnologia o piattaforma»: è un mondo troppo in evoluzione, e troppo diverso da quello motoristico tradizionale, per dire ora «come si svilupperà» e non esplorarne le potenzialità «con vari attori». A partire dall’altra big, Apple. Per uno dei brand Fca. Oppure, perché no, per il rosso Ferrari.

Raffaella Polato

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