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Marchionne: all’Italia chiediamo rispetto reciproco

di Raffaella Polato

TORINO — «Pretendere che le scelte Fiat vengano fatte solo in un'ottica italiana è una visione ristretta e pericolosa». Lo ripete per l'ennesima volta, Sergio Marchionne: il nostro Paese «può diventare un pezzo importante del mosaico che stiamo costruendo». Ma non dipende solo dal Lingotto. Torino conferma gli impegni. Il suo amministratore delegato aggiunge che «gli strumenti ci sono, la nostra volontà anche». Così come c'è, oggi, un governo che su una scala ben più ampia, la «scala Italia», lavora esattamente agli stessi obiettivi: riformare, svecchiare, troncare antichi vizi. La domanda però è non solo se Mario Monti — non a caso citato più volte, e sempre per sottolineare la reciproca sintonia — ce la farà. Qui la risposta torinese potrebbe pure essere positiva (di sicuro lo è il tifo). Per Fiat-Chrysler invece non è detto. In bilico sull'«espatrio» il gruppo c'è ancora.
Il fatto è che la questione, insiste Marchionne nell'assemblea più affollata della storia del Lingotto, a Torino è per certi aspetti più complicata. C'è la guerra con la Fiom, non diluita dalla molteplicità di attori che si muovono sulla scena-Paese. E sebbene non nomini mai i metalmeccanici Cgil — se non per avvertire che «stiamo osservando attentamente l'impatto delle cause» — è chiarissimo il riferimento: «Ci sono ancora antagonisti che, per ragioni a noi incomprensibili, stanno facendo di tutto per ostacolare il progetto» in costruzione tra qui e gli Usa, «la grande occasione che, grazie all'alleanza Fiat-Chrysler, l'Italia ha di rientrare in un disegno globale». Ancora più chiaro è il messaggio: «Se queste forze esterne riusciranno a impedirne la realizzazione, non ci resterà che prenderne atto. Non saremo noi, a quel punto, i responsabili delle conseguenze».
Sarà presa come una minaccia. Lo è. Motivata con l'analisi dei problemi che sono del Paese, prima ancora che del Lingotto. Solo che il Lingotto, rispetto al Paese, ha oggi una via d'uscita in più. La ricorda John Elkann, il presidente, in apertura di assemblea: «Il 2011, con lo spin-off e grazie all'unione con Chrysler, ha cambiato per sempre la Fiat». Lo ripete più volte, dopo, Marchionne. «Non ha più senso parlare di Fiat come azienda italiana o europea. La Fiat di adesso è una multinazionale. È un'azienda globale che macina profitti». Eppure, non soltanto «in Italia la percezione» del gruppo «è rimasta congelata nel passato». Non soltanto sorvoliamo sul fatto che, con un'Europa (e un'Italia) dell'auto preda di una crisi strutturale, quei profitti non ci sarebbero se con Chrysler non fossero arrivate la diversificazione in Nord America e nuove chance in Asia. Continuiamo, per Marchionne, a comportarci e «a pretendere» come fossimo un'isola indipendente dalle rivoluzioni che hanno travolto il mondo. Monti l'ha riconosciuto, che «chi gestisce la Fiat non ha nessun dovere di ricordarsi solo dell'Italia». Ma il Paese no, non tutte le sue componenti l'hanno capito. Soprattutto, il «rispetto» evocato dallo stesso premier Marchionne ancora non lo vede. Rivendica, con Elkann, «gli impegni mantenuti a Pomigliano, Mirafiori, Grugliasco», la scelta di «gestire la libertà di agire in un contesto globale in modo responsabile» nei confronti dell'Italia. «Fiat continuerà a farlo», assicura. Però «a patto di non compromettere il proprio futuro». E qui non tocca a Torino: «Non è una scelta che possiamo fare noi per l'Italia, è il Paese che deve decidere se avviare un cambiamento profondo o restare appigliato al passato e vivere di ricordi». L'avvertimento agli «antagonisti» arriva qua. Ma il richiamo, in realtà, è più ampio: se «gli strumenti» per farcela ci sono, «ora metterli a frutto dipende solo dall'Italia, soprattutto dalle forze sociali». Nel conto, in qualche modo, mette anche Confindustria: quando gli chiedono se incontrerà il presidente designato la risposta è un secco «no, non ho intenzione di salutarlo, non siamo in Confindustria, questo incontro non c'è». Chissà se Giorgio Squinzi, che aveva parlato di «contatti» avviati da Torino, lo considererà un problema in più.
 

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